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lunedì 15 gennaio 2018


Laudani: «Agrumi, il sistema si conferma malato»

“Il nostro settore soffre ancora di un vizio antico, partiamo con le grandi questioni, facciamo grandi proclami, che purtroppo restano tali, e troppo spesso ci limitiamo a fare pressione solo per ricevere sussidi di periodo. Che peraltro non rappresentano un investimento finalizzato a risolvere il problema, ma solo ulteriori costi”. Lo sfogo di Salvo Laudani, presidente di Fruitimprese Sicilia, arriva il giorno dopo la riunione del Tavolo agrumicolo al ministero delle Politiche agricole.

“Le emergenze di cui abbiamo parlato ieri sono le stesse che ribadiamo da anni – dice il manager siciliano – La lotta al virus della Tristeza, la riqualificazione e l’ammodernamento degli impianti, il tema della disponibilità idrica, la questione della sicurezza contro i furti continui in campagna, il sostegno all’aggregazione sono tutti impegni non più rinviabili. Ora i problemi vanno affrontati con determinazione e, per farlo, serve un vero Piano di settore che destini risorse nel breve e nel medio periodo”.

Per risolvere i tanti problemi che attanagliano gli agrumi Made in Italy, dunque, c’è bisogno di una grande volontà comune, del settore e delle Istituzioni.
“La qualità va fatta in campo – spiega Laudani – A cominciare dal materiale di propagazione per il rinnovo varietale, che deve essere virus-esente e garantito. Il Crea ha deliberato la cifra necessaria per spostare la collezione del germoplasma agrumicolo in un’altra zona, indenne dal virus della Tristeza, ma ci vuole anche un criterio per ridurre al minimo il rischio che il materiale sia autopropagato dai vivaisti senza partire da piante madri sane, vanificando tutti gli sforzi. Stesso discorso per la rete irrigua, se non è efficiente e gli invasi non sono messi in condizione di raccogliere l’acqua che potrebbero, la sensibilità ambientale che ha accompagnato le scelte delle imprese agricole più virtuose (che hanno investito in impianti a goccia, con un risparmio di acqua del 30% circa, ndr) è inutile. Poi, certo, i dati Ismea indicano la superficie media delle aziende italiane di settore di poco superiore ai due ettari, con il 68,9% sotto i tre ettari (di queste il 35% è inferiore all’ettaro, ndr); è chiaro che un sistema scarsamente aggregato fatichi a portare avanti una riconversione su superfici importanti. C’è poi il tema della sicurezza contro i ripetuti furti, che interessano proprio le aziende che hanno investito per la riqualificazione. Va creato un clima di fiducia verso chi vuole intraprendere in agrumicoltura. Senza trascurare che i furti alimentano filiere commerciali parallele tossiche, attraverso la rivendita dei frutti affidata ad ambulanti abusivi o a qualche grossista compiacente”.



Non solo. Laudani ricorda come l’Italia esporti molti meno agrumi di quelli che importa. Secondo dati Ismea, ad esempio, nella campagna 2015/16 abbiamo importato 365mila tonnellate di agrumi e ne abbiamo esportate 276mila, l’8% della produzione totale. Nella campagna successiva, abbiamo importato 463mila tonnellate contro un export di 255mila ton. Se escludiamo il 15% proveniente dall’emisfero sud in controstagione, il resto arriva dal Mediterraneo: “A conferma che siamo un paese produttore malato. E dire che le imprese agricole che hanno attuato la riconversione esportano bene i loro frutti: nel mercato c’è spazio per i nostri agrumi di qualità. Che è l’unica chiave per essere competitivi, visto che non possiamo esserlo a livello di costi”.

Quindi, varrebbe ancora la pena investire nel settore. “Dobbiamo concentrare le risorse affinché la produzione agricola possa essere rinnovata. Per questo va attivato un piano e serve un’adeguata concertazione tra Regioni e Governo, che stabilisca risorse e modalità di intervento, da programmare con rigore – osserva il presidente di Fruitimprese Sicilia - Ma bisogna essere chiari: un conto è avere un agrumeto, un altro è fare l'imprenditore agrumicolo. Le Istituzioni devono dare strumenti, non si può più, è anacronistico, ragionare in termini di sussidi”.

“Se non ci attiviamo, siamo destinati a vedere aumentare il fenomeno dell’abbandono terreni, la contrazione delle colture di valore, la marginalizzazione della nostra agrumicoltura che continuerà a perdere quote di mercato. Siamo tutti consapevoli di questo. Secondo i dati del Servizio fitosanitario regionale, nel 2014 erano più di 47mila gli ettari colpiti, oggi non esistono zone focolaio e la Tristeza è diventata endemica. Rinunciando a contenerla, abbiamo perso superfici utili a produrre agrumi di qualità”.

Un serio progetto di riqualificazione richiede tempo e risorse. “Va formulato da un gruppo di lavoro determinato ad affrontare i problemi e che abbia competenze politico-istituzionali, tecnico-scientifiche e di mercato per il quale Governo e Regioni si impegnino a ricreare le condizioni che permettano di fare l’imprenditore agricolo – conclude Laudani – Dal materiale di propagazione alla disponibilità idrica, dal trasferimento snello delle risorse alla fiducia, tutto serve ad avere speciality che sul mercato troverebbero tranquillamente spazio”.

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