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mercoledì 21 novembre 2018


Food: il fattore rosa secondo Pink Lady

Ogni volta che facciamo riferimento al cibo spesso dietro c’è una donna. Carlin Petrini, il fondatore di Slow Food, ha detto che “se i grandi chef sono uomini, il cibo è donna”, ma l’evoluzione dell’agroalimentare ha allontanato il cosiddetto sesso debole da tutto ciò che era intensivo, pesante e, soprattutto, vendibile. Con differenze di approccio che sono state messe in evidenza più volte. Alcuni anni fa, ad esempio, un’indagine condotta dall’International plant genetic resources institute della Fao chiese a due campioni distinti di uomini e donne quali fossero le caratteristiche più importanti per le sementi: mentre i primi si focalizzarono sulla resa produttiva e sul peso, le seconde pensarono alla disponibilità di un raccolto tutti gli anni.

In questi giorni, il talento al femminile e le sue declinazioni nel settore food sono stati al centro dell'evento “Il cibo è donna - Il fattore rosa secondo Pink Lady” e anche l’occasione per presentare i risultati di una indagine nazionale che l'Associazione Pink Lady Europe ha commissionato alla società di ricerca Swg per indagare l'imprenditoria al femminile nella filiera del food. Una filiera che - da noi - rappresenta l'11,5% del Pil nazionale.

La ricerca – che ha analizzato distintamente un panel di imprenditrici e un campione di donne di età compresa tra i 29 e i 65 anni - ha rilevato come in Italia siano oltre 600mila le signore alla guida di un'impresa agroalimentare, il 29% del totale della filiera. Con il 18%, il settore è al terzo posto tra quelli con maggiore concentrazione femminile, dopo commercio e servizi.
L’anno scorso nel nostro Paese le imprese rosa erano oltre 1,33 milioni, il 21,86% del totale: diecimila in più rispetto al 2016 e quasi 30mila in più rispetto al 2014. Eppure, secondo i dati raccolti dalla Commissione Ue, nei 28 Paesi membri le donne titolari d'impresa guadagnano in media il 6% in meno dei colleghi uomini.



Il mondo del food sta vivendo un'epoca di grandi trasformazioni e deve affrontare temi quali la salvaguardia ambientale, la sostenibilità di produzione e distribuzione, la difesa idrogeologica, la biodiversità, la crescita. In questo contesto, Eurostat rileva che nell'Ue il 37% della forza lavoro agroalimentare è femminile e un'azienda su cinque è condotta da una donna. A stimolarle sono il valore della filiera corta, l'importanza di fare rete, recuperare i terreni e preservare il paesaggio, prendersi cura del bene comune, reimparare dalla natura valori dimenticati, quali l'attesa, l'osservazione, l’ascolto, le relazioni e le sinergie.

L'indagine condotta per Pink Lady da Swg evidenzia che lo spirito imprenditoriale è nel codice genetico e nella storia personale delle imprenditrici intervistate: il 60% ha sempre pensato di lavorare in proprio e l'80% viene da una famiglia con un'azienda nel settore agroalimentare. Per il 54% lavorare in agricoltura è stata una scelta, per il 40% un'occasione e solo per il 6% un ripiego. Due terzi delle intervistate si è dichiarato molto soddisfatto della strada intrapresa.
Anche le consumatrici intervistate hanno mostrato il loro interesse per il mondo del food: se vi fossero le condizioni, il 18% ambirebbe senza esitazione a diventare imprenditrice in quel settore, il 48% la vedrebbe come una eventualità probabile, mentre solo il 6% la esclude a priori.



Le imprenditrici, poi, devono misurarsi con difficoltà e limiti da superare. Tra le prime spicca l’accesso al credito (47%) e ai servizi di prossimità nelle aree rurali (40%), l'impreparazione del mercato all'innovazione (20%), lo scarso accesso di queste attività alla ricerca (20%), l'insufficienza di corsi di formazione accessibili e adeguati (13%). Quanto ai limiti, le intervistate ammettono una limitata esperienza di marketing e comunicazione (27%), la difficoltà di conciliare lavoro e famiglia (27%) e i servizi informatici e tecnologici (7%).

Sollecitate a spiegare i motivi dell'interesse verso il settore agroalimentare, imprenditrici e donne hanno fornito risposte non sempre univoche. Per chi conduce un'azienda prevalgono la passione (47% delle imprenditrici contro il 17% delle donne) e le buone opportunità economiche (40% versus 18%), oltre alla riscoperta di un mondo insieme antico e moderno (27% per entrambe le categorie). La motivazione preferita è la vita sana (53% vs il 7% delle imprenditrici). Seguono la voglia di natura (30% vs 20%) e il desiderio di ritrovare ritmi ormai dimenticati (21% vs 7%). Le donne, più delle imprenditrici, vedono nell'agroalimentare anche grandi potenzialità di innovazione (13% vs 7%).

Quali abilità occorrono per svolgere con efficacia la propria attività? Le imprenditrici mettono ai primi tre posti la tenacia (60%), l'essere innamorate del proprio lavoro (53%) e un mix di competenza, organizzazione e gratificazione dell'essere autonome (27%).
Le donne mettono al primo posto competenza e formazione (41%), capacità organizzative (40%) e tenacia, anche di fronte alle difficoltà (36%).
Altri risultati interessanti riguardano le tendenze che stanno caratterizzando il mondo agroalimentare. Secondo le imprenditrici e le donne, spiccano su tutte l'attenzione al cibo, le nuove forme di vendita, come quelle che puntano sull'online o sui prodotti a km zero, l'informazione sul settore e la presenza di cultura e arte nell'ambito food. "Pollice su" nelle risposte delle donne anche per il rilancio di specie antiche e trascurate, così come per l'investimento nella ricerca volta a migliorare le tecniche di produzione, tendenze queste che, anche se riscontrano meno interesse sui media, risultano significativamente importanti per le imprenditrici.

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