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giovedì 13 giugno 2019


Caos residui, biologico italiano a rischio

L'Italia è la nazione leader del settore biologico a livello europeo, con più di 1,9 milioni di ettari coltivati e oltre 75mila imprese certificate. La nostra leadership rischia però di essere minata a breve se non verranno modificate in tempo le nuove regole nazionali sui limiti massimi di residui dell'acido fosforoso/fosfonico nei prodotti biologici sia freschi che trasformati. Un regime che risulta ben più stringente rispetto a quello di tutti gli altri Paesi del mondo e che mette a rischio soprattutto la capacità produttiva della nostra produzione ortofrutticola bio. L'allarme è stato lanciato nientemeno da chi si occupa di controllare se un prodotto ha le caratteristiche per essere venduto come biologico: l'ente di certificazione Ccpb.

"La frutta e le verdure biologiche in Italia ce le dovremo sognare, se il Mipaaft non cambierà le regole", denuncia Fabrizio Piva, amministratore delegato di Ccpb. "Le bozze di note o circolari che si rincorrono impongono limiti di 0,05 ppm (parti per milione) per i prodotti freschi annuali e 0,1 ppm per i prodotti freschi da coltivazioni arboree, oltre i quali scatta la soppressione delle indicazioni biologiche". Vale a dire la de-certificazione. 

L'80% della produzione ortofrutticola italiana rischia di essere de-certificata
Le nuove soglie, secondo Piva, rischiano di essere un’ecatombe, dal momento che oggi "la percentuale di positività all’acido fosforoso supera abbondantemente il 50% dei campioni inviati all’analisi di laboratorio. Nel caso dell'ortofrutta si arriva all'80%. Fissare la sola presenza di uno dei due metaboliti del Phosetyl Al (acido fosfonico/fosforoso), e non la contemporanea presenza anche dell’acido etilfosfonico, come si applicava fino al 2018, pone la nostra produzione ortofrutticola biologica in condizioni di inferiorità competitiva rispetto a quella proveniente da altri Paesi europei ed extra-Ue". 



Fabrizio Piva, amministratore delegato di Ccpb

"Non si capisce per quale motivo si debbano assumere tali scelte quando in ambito internazionale, la procedura dell'Eocc (Consiglio dei certificatori europei) prevede che la presenza di acido fosforoso possa derivare anche da sostanze ammesse quali fertilizzanti organici, alghe, derivati dall’industria vitivinicola o altro, e non solamente da sostanze non ammesse. Nella stessa linea guida è stata fissata una soglia pari a 0,2 ppm per attivare un’indagine ufficiale e non per de-certificare i prodotti. E nel caso in cui dall’indagine non si riesca a risalire alla causa della presenza del solo acido fosforoso/fosfonico il prodotto è considerato biologico, mentre l’azienda deve rientrare in un ciclo di controllo rinforzato. Non si capisce neppure per quale motivo si accetti, per confermare la positività, la contemporanea presenza dei due metaboliti nei soli prodotti trasformati e non anche nei prodotti freschi".

Le incertezze riguardano anche i mezzi tecnici
Piva sottolinea, infine, che "anche per la presenza del solo acido fosforoso/fosfonico nei mezzi tecnici (fertilizzanti e in un caso un prodotto per la difesa) non ne è stata chiarita la causa e la provenienza. E' risaputo che questa molecola si ritrova in alcuni fertilizzanti organici e che può restare negli appezzamenti convertiti in biologico anche a distanza di 10-15 anni. Gli organismi di certificazione non hanno mai ricevuto ufficialmente un elenco di mezzi tecnici in cui è stato rinvenuto un elevato livello di acido fosforoso/fosfonico e, con molta probabilità, non vi era neppure una ragione scientifica fondata perché ricevessero tale informazione. Analogamente non abbiamo notizia che siano stati eliminati dall’elenco dei fertilizzanti per tale ragione. Alcuni sostengono che il problema stia nel metodo di determinazione analitico e che prima di pervenire a qualsiasi decisione sia necessario partire da questo aspetto e poi, eventualmente, indagare la reale presenza di sostanze non ammesse che, però, interesserebbero una platea di produttori molto vasta e, già per questo motivo, poco credibile".

Serve maggiore chiarezza per l’intera filiera e per il lavoro degli organismi di certificazione che sono chiamati a fare le valutazioni molto delicate. "La situazione non è per nulla chiara e rischiamo di scaricarla interamente sulle spalle del sistema produttivo nazionale - conclude Piva - che ancora una volta deve giocare ad armi non pari con altri sistemi produttivi. Un tema di questo tipo, oggetto anche di molte richieste di chiarimento transfrontaliere, avrebbe potuto e dovuto coinvolgere le istituzioni comunitarie ed i centri di ricerca di vari Paesi al fine di giungere a una procedura condivisa".

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