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lunedì 27 luglio 2020


Pere, ecco le sfide per fermare l'emorragia

Maculatura bruna (in coppia con l’alternaria) e cimice asiatica sono i due enormi problemi che in Italia stanno mettendo a rischio la coltivazione del pero, e dell’Abate Fétel in particolare. Siete stati voi lettori di Italiafruit News a confermarcelo rispondendo numerosi al sondaggio che vi abbiamo posto durante la scorsa settimana, dove - per l’appunto - chiedevamo di dare un ordine d'importanza alle criticità che stanno martoriando il comparto.

I numeri parlano chiaro: oltre l’80% dei rispondenti sostiene che maculatura e cimice rappresentino un problema rilevante. Entrando nel dettaglio, per il 68% dei lettori la maculatura è il problema più importante superando di 10 punti percentuali la cimice asiatica. C’era da aspettarselo. Infatti, per la cimice asiatica, negli ultimi tempi qualcosa si è mosso in termini di difesa, fra i lanci della vespa samurai ed una lotta integrata più attenta, mentre per la maculatura bruna, generata da un fungo patogeno, non si intravedono soluzioni. Per lo meno nel breve periodo.

Ad ogni modo le preoccupazioni per gli operatori non si “limitano” a cimice e maculatura, ma si estendono ad altri quattro temi che hanno ottenuto, in termini di importanza, fra il 40 e 50% delle preferenze ciascuno. Si parte dal ritorno del colpo di fuoco batterico, per passare alla revoca dell’etossichina - con conseguenti problemi in post raccolta - fino alla perdita di vocazionalità, a causa dei cambiamenti climatici e una produttività non all’altezza. Insomma, non parliamo di bazzecole, ma di criticità vere, alcune già note da diversi anni (colpo di fuoco ed etossichina) ed altre più recenti (produttività e vocazionalità).



In pratica coltivare pere è diventata un’impresa quasi impossibile, soprattutto se parliamo di Abate Fetel, la nostra regina, ed il settore di questo passo rischia di scomparire. Non è allarmismo da giornalai, ma ciò che emerge analizzando i dati Istat relativi all’evoluzione delle superfici investite a pero negli ultimi 20 anni: una perdita del 40% degli ettari coltivati, passando da 47.300 ettari del 2000 a poco più di 29.000 ettari dell’anno scorso. E ciò che più preoccupa è il ritmo costante degli espianti, che non accenna a calare, e si è ormai stabilizzato su circa 800-900 ettari all’anno.

Un’emorragia che non si fermerà se non si troveranno al più presto soluzioni ai problemi fino ad ora elencati, ma vedendo l’andazzo degli ultimi anni non c’è da essere ottimisti. Speriamo vivamente di sbagliarci: occorre una scossa di concretezza per far tornare la “Regina Abate” ai fasti di un tempo. 

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