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martedì 15 settembre 2020


Il grande vantaggio di arrivare per primi sul mercato

Gli asparagi biologici prodotti dall’azienda Primo Asparago arrivano sul mercato con un anticipo di 6-8 settimane rispetto alle produzioni in campo, che nel territorio veneto iniziano intorno al 10 aprile.
Un anticipo che ha rappresenta un vantaggio economico importante, soprattutto in quest’annata caratterizzata da un’epidemia che ha scombussolato i consumi come non mai.
Ma quali sono le strutture che permettono all’azienda di distinguersi? Lo abbiamo chiesto al responsabile dell’azienda Renzo Moro, presente nei giorni scorsi alla fiera virtuale Macfrut Digital.

“Possiamo contare su tre tipologie di serre molto grandi, che coprono un totale di 15 ettari – ha spiegato a Italiafruit News – sono tutte riscaldate in radice, tramite acqua calda generata da caldaie alimentate con cippato di legno. Crediamo nella filiera corta e, generalmente, coltiviamo superfici per ottenere il legno da ridurre in cippato. Ma quest’anno abbiamo utilizzato il legno degli alberi recuperati dalla tempesta Vaia caduta su Veneto e Trentino nell’ottobre 2018”.


E aggiunge: “L’acqua viene riscaldata in un grande serbatoio a 75 gradi e, tramite un sistema di modulazione, viene mixata con acqua di falda e inserita nel circuito chiuso. In questo modo riusciamo a risvegliare la pianta in 20 giorni da quando accendiamo la caldaia, poi iniziano ad uscire dal terreno i primi germogli. Da quando spunta la pianta, facciamo passare due giorni prima di procedere con il taglio a 25 centimetri. La raccolta si svolge su un periodo totale di 32 giorni, oltre al quale non andiamo per non stressare la pianta”.
I quantitativi raccolti si aggirano intorno a un migliaio di quintali, destinati a crescere: “Per il prossimo anno puntiamo a un 40% in più di produzione, considerato lo sviluppo delle nuove superfici”

Le strutture funzionano interamente a gestione telematica e comprendono sistemi di controllo dello stress della radice, della componente zuccherina, oltre a sonde inserite nel terreno che controllano la giusta quantità di acqua. 
Alla base di questa agricoltura organizzata con controllo di gestione e di qualità, la provenienza eterogenea dei quattro soci: “Due soci provengono dalla consulenza del settore secondario, uno è imprenditore nel settore manifatturiero, l’altra famiglia socia è composta da agricoltori da generazioni – sottolinea Moro – ci siamo limitati ad unire le nostre competenze specifiche. Dopo la nostra nascita nel 2015, siamo cresciuti con un’evoluzione costante che continuerà anche nei prossimi anni”.



La produzione di Primo Asparago è interamente biologica: “Nonostante tutte le difficoltà di gestione dei processi bio, non ci abbassiamo a compromessi; vogliamo contare su prodotto che sia buono da mangiare anche crudo e da servire ai bambini. La freschezza dei nostri asparagi è assicurata: li raccogliamo la mattina, li lavoriamo nel primo pomeriggio, alle 18,30 sono già sui mezzi del corriere, alle 3 della mattina arrivano a Milano e due ore dopo sono già nei mercati esteri”. Il processo di confezionamento è interno all’azienda e come packaging si utilizzano solo cartone e legno.

L’azienda commercializza con i mercati ortofrutticoli e, tramite operatori di settore, vende anche in Austria, Svizzera, Germania, Olanda, Danimarca e Inghilterra.
“Dobbiamo ancora affinare le nostre forniture perché non tutti gli operatori sono abilitati al bio, mentre all’estero il 30% del fatturato deve essere obbligatoriamente rappresentato da prodotto biologico - commenta Moro – In generale all’estero apprezzano più il biologico di quanto si faccia in Italia, perché c’è più sensibilità”.

Poter arrivare con anticipo sul mercato, ha permesso a Primo Asparago di superare la crisi indotta dal lockdown. “Se il mondo si fosse fermato al 5 di marzo, per noi sarebbe stato una tragedia, considerato che con l’epidemia nessuno entrava nei mercati ortofrutticoli. Per fortuna avevamo investito anche in una promozione a livello europeo: è stato il commercio con l’estero a salvare la nostra stagione perché al di fuori dell’Italia le procedure di lockdown sono state adottate più tardi. Per quanto riguarda il mercato italiano, si è un po’ ripreso alla fine del mese di marzo: abbiamo comunque venduto il 100% del nostro prodotto e gli acquirenti hanno capito qualità del prodotto”. 
Anche per la manodopera estera non ci sono stati problemi, considerato che la maggior parte degli operai si trovavano già in Italia quando l’azienda ha iniziato la stagione, verso il 20 di febbraio.
“La nostra grande fortuna – conclude il responsabile – è che ci siamo organizzati per offrire un’ospitalità chiusa, nessuno è uscito dal contesto aziendale e non abbiamo registrato problemi di salute”.

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