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martedì 26 aprile 2016


I vivaisti chiedono un secondo livello di certificazione

Le barriere fitosanitarie impattano anche sul mondo dei vivaisti e il 2015, come ricorda Marco Pancaldi (direttore del Centro attività vivaistiche e consigliere di Civitalia), è stato “un annus horribilis per il settore; è stato l'anno della Xylella e la maggior parte dei blocchi commerciali sono proprio legati a questa emergenza”.

Pancaldi è intervenuto all'incontro sulle barriere fitosanitarie promosso giovedì scorso dalla Regione Emilia-Romagna (cliccare qui per leggere l'articolo) e ha fatto il punto sulle criticità commerciali con diversi Paesi, problematiche già portate al tavolo ministeriale da Civitalia. Uno spaccato molto preoccupante, “anche se alcune situazioni sono rientrate, come quella algerina”, sottolinea il direttore del Cav. “C'è stato un vero e proprio effetto domino, con i Paesi terzi che bandivano l'Italia, non la Puglia dove si è riscontrata la Xylella. Lo scorso anno sono andati in fumo milioni di euro e questa emergenza ha sottratto risorse anche al Ministero”.

I vivaisti, ora, hanno lo sguardo proiettato al 2017 quando cambieranno le regole sulla certificazione europea. “Se da una parte c'è l'opportunità di uniformare gli standard e quindi di favorire gli scambi tra i Paesi Ue – spiega Pancaldi – dall'altra ci sono anche grossi rischi: l'appiattimento verso il basso degli attuali standard, l'ingresso in Italia di materiale certificato di qualità inferiore e la non distinguibilità del prodotto italiano, che è tra i migliori al mondo. Questo cambiamento non può essere recepito all'ultimo, in modo raffazzonato, ma ci deve essere la possibilità per noi operatori di poterlo applicare correttamente. Inoltre – prosegue – a livello ministeriale si deve lavorare per un secondo livello di certificazione volontaria, un marchio pubblico che coinvolga però un gestore privato per ovviare ai problemi di disparità tra una Regione e l'altra. Alla Regione Emilia-Romagna chiediamo che appoggi questo progetto per tenere alto l'export delle nostre aziende: è importante mantenere un secondo livello di certificazione, un certificato distintivo rispetto all'attuale Ve”.



L'appoggio delle Regioni è chiesto anche nella definizione dei Psr, “che per i vivaisti sono una grande opportunità - rimarca il direttore del Cav - perché il comparto ha potenziali di crescita sul fronte dell'export e ha bisogno di investimenti. Pur essendo piccoli rispetto all'ortofrutta, siamo pur sempre l'anello di partenza: il nostro comparto punta su ricerca e innovazione - conclude Pancaldi - due fattori che permetteranno maggiori esportazioni”.

Il settore vivaistico in Italia (dati nazionali aggregati da Civi Italia, Anve, Miva e Associazione vivaisti viticoli Fvg) vale 1,73 miliardi di euro, di cui il 39,2% sono fatturati all'estero. In Emilia-Romagna il fatturato complessivo dei soci Cav fruttiferi è di 130milioni di euro con una quota export del 60%, ma i vivai più grandi esportano tra l'80 e il 90% della produzione.

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Maicol Mercuriali
Editor - Social Media Manager
maicol@italiafruit.net

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