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mercoledì 11 ottobre 2017


Mela veronese, emorragia di superfici

Nubi all’orizzonte della melicoltura veronese. La festa dedicata al frutto che si è tenuta nell’ultimo fine settimana a Zevio, Comune tra i più importanti della provincia a livello produttivo, ha messo sul piatto tutte le criticità: dal ridimensionamento delle superfici all’insufficiente remunerazione, dalle modeste rese fino alla scarsa aggregazione commerciale. Ciò nonostante, nel primo semestre, le esportazioni veronesi di mele hanno raggiunto un valore di 600 milioni di euro. La produzione quest'anno langue: Confagricoltura stima un calo del 30% nella zona di Zevio, Ronco e Belfiore, mentre va meglio a Villafranca e nel Basso Veronese, da Minerbe a Roverchiara, da Palù a Legnago.

Proprio il vicepresidente di Confagricoltura Verona Pietro Spellini ha sottolineato in occasione del convegno “Nuovi orientamenti per una melicoltura sostenibile e competitiva”,che si è svolto in apertura della kermesse zeviana, la necessità di riaprire nel veronese l'istituto sperimentale di frutticoltura chiuso con la riforma delle Province. “La peschicoltura veronese è morta, il kiwi la sta seguendo, la mela non è ancora defunta ma ci siamo vicini”, ha detto tranchant Spellini. “Per invertire la tendenza serve puntare sulla ricerca. Altrimenti non c’è futuro: i frutteti estirpati sono sempre di più, in tutta la provincia”. A questo proposito Raffaele Ferraro, tecnico delle Op Coz e Nordest ha evidenziato che negli ultimi dieci anni nel Veronese si sono persi 500 ettari dedicati alla mela, con un flessione produttiva di oltre mezzo milione di quintali. Come venirne fuori? Per Attilio Febi, dell'Accademia agricoltura scienze e lettere, la mela veronese ha la possibilità di accelerare, ma deve puntare tutto sulla qualità. 

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