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martedì 5 dicembre 2017


Vezzola: «In ortofrutta serve il pensiero antagonista»

Chi segue Roberto Della Casa sa quanto gli siano care le analogie tra vino e ortofrutta (“le Langhe contro l’Etna”). Non è un caso, quindi, se all’evento di lancio dello Speciale Frutta e Verdura di Mark Up e Italiafruit News, giovedì scorso al Teatro Manzoni di Milano, ha invitato Mattia Vezzola, enologo delle cantine Bellavista, in Franciacorta, tra i più apprezzati e premiati al mondo.
Ascoltarlo è un privilegio e poter condividere l’ispirazione con i 650 partecipanti all’evento un regalo. Perché dalla sua visione avremmo (tutti noi del settore) qualcosa da imparare.
Intanto, perché per Vezzola cambiare l’approccio all’acquisto di frutta e verdura – e invertire il trend attuale per cui oggi si va “dove costa meno” - significa cambiare la “cultura dell’analisi critica”.
“Il tema della valorizzazione di frutta e verdura e del percepito da parte del consumatore è di primaria importanza – ha detto Vezzola - E’ un fondamentale della riconversione totale. Nel caso del vino, se non c’è un’azione di marketing, con finanziamenti enormi nel mondo della comunicazione, non si fa nulla. La storia dell’arancia rossa nella piana dell’Etna, quella delle mele in Val di Non… i racconti sono più o meno sullo stesso piano, ma in enologia il potenziale dell’agricoltura nel territorio è stato trasformato in un valore straordinario”.

E, ancora, come nasce tutto? “Dallo pneuma, dal sentimento. La creazione di un territorio nasce, quasi sempre, dall’alimentazione del sentimento, quello che chiamiamo passione, sensibilità, vibrazione – ha continuato l’enologo - Alimentato dalla luce, dal suono, dal tatto. Da un sì o un no. Quando si inizia a subire l’eccessiva influenza della mediazione si ascolta il parere di tutti, agronomi, enologi, commercialisti, psicanalisti e consulenti. E prendere una decisione diventa molto più complicato. Il rischio è perdere l’origine e anche il destino”.

L’esempio dello champagne è lampante: nel 1972 c’erano 18mila ettari di vigneti che vendevano circa 160 milioni di bottiglie. Oggi, dopo 45 anni, gli ettari sono il doppio e generano circa il doppio di bottiglie, ma il vigneto che costa meno è quotato almeno dieci volte tanto. E ci si è arrivati attraverso la coerenza, il mantenimento dell’obiettivo. “E’ evidente che tutti hanno l’interesse a far crescere il sistema – ha aggiunto Vezzola – Anche l’industria è obbligata a stare sul territorio e, di nuovo, tutto il sistema è spinto verso l’alto. Non solo. Se oggi producono 320 milioni di bottiglie, i francesi sono già impegnati a creare domanda per 350. L’obiettivo è aumentare la domanda e crescere tutti”.
E questa è stata la visione Bellavista quando, dopo aver scelto e depositato il nome Satèn, lo ha ceduto al Consorzio Franciacorta. Con lungimiranza, perché ha aumentato il valore per tutti.

L’accesso alle leve finanziarie in questo settore è, peraltro, fondamentale. In particolare nel mondo degli effervescenti, dove l’investimento immobiliare rappresenta meno del 30% di quanto bisogna impiegare per portarlo a frutto. Ed è raro trovare un imprenditore che investa cento milioni per farne dieci di fatturato. Quindi, il pensiero nasce dalla passione, dallo pneuma, altrimenti non si riuscirebbe a mantenere la propria decisione.
“Anche in ortofrutta si potrebbe fare così – ha osservato Vezzola - Basterebbe che ci fosse una persona che avesse un pensiero antagonista. Che, come i salmoni, invece di andare in giù andasse in su. Ricordiamoci che negli anni ’70 anche in enologia l’obiettivo era ridurre i costi di produzione. Basta una persona, però, per spostare il sistema. E non è vero che manca il consumatore disposto a spendere, piuttosto manca il prodotto di qualità per il quale spendere”.

Ma non si può spingere solo sul profitto, serve la lungimiranza del progetto. “Se il produttore comincia a stimolare le scuole per fare vedere come si fa il vino, in 20 anni di formazione mentale costruirà il futuro: 20mila paladini che presenteranno i nostri vini nel mondo – ha concluso Vezzola - Ma ragionando sempre in termini di identità: tutta l’enologia mondiale fa vini che seguono il mercato, mentre l’Italia e gli europei fanno vini che mantengano la vocazionalità. Per la frutta potrebbe essere lo stesso: se tutti vanno verso le arance bionde, noi dobbiamo sviluppare l’arancia rossa”.

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