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venerdì 2 febbraio 2018


Ecco perché la Spagna esporta più dell'Italia

Tra Spagna e Italia non c’è partita. La differenza nell’export di frutta e verdura - come ha scritto Italiafruit News nei giorni scorsi - è enorme e si è “tradotta”, negli anni, in un progressivo “passaggio di consegne” di mercati un tempo dominati dal Made in Italy e oggi saldamente presidiati dal Paese iberico. Agrumi e pesche sono i prodotti-simbolo dello "scippo" di leadership nel mercato globale. Un primato che affonda le radici in una serie di motivazioni storiche, ma anche strategiche, commerciali e "politiche".

Il settore dell’ortofrutta in Spagna ha da sempre una vocazione all’export. Il mercato interno è considerato meno importante di quanto lo sia per l’Italia. La ragione numero uno? Il prezzo. Nei Paesi stranieri - come conferma Nerea Rodriguez, giornalista di Valencia Fruits - gli operatori spagnoli guadagnano molto di più, vengono pagati meglio. Negli anni più bui della crisi iniziata nel 2008 l’esportazione di frutta e verdura è stata tra le punte di diamante, una delle "voci" che ha saputo difendersi meglio. L’export ha rappresentato una sorta di traino, facendo segnare numeri sempre più importanti a livello di fatturato.
 
I volumi di frutta e verdura, in Spagna, aumentano anno dopo anno, e con essi l’export. L’Europa occidentale resta largamente il riferimento più importante ma i nuovi accordi commerciali con Paesi extra Ue, favoriti da una politica attenta, stanno creando le condizioni per una diversificazione degli sbocchi. Stato centrale e governi regionali incentivano gli accordi commerciali, l’azione all’estero, così come la promozione e hanno fatto confluire energie e risorse su un unico grande evento fieristico di settore: Fruit Attraction di Madrid.


La Spagna, inoltre, ha iniziato a gestire meglio i fondi Ue destinati al settore: nell’esercizio 2016 la spesa complessiva dell'Unione Europea per il finanziamento dei programmi operativi delle Organizzazioni di produttori è stata pari a 862 milioni di euro e l'Italia, con 241,7 milioni, (il 28% della spesa totale), pur avendo incrementato la sua performance (nel 2015 era prima con 228,6 milioni) risulta al secondo posto proprio dopo la Spagna, volata da 207,8 a 252,7 milioni, (il 29,3% complessivo).
 
Produttori ed esportatori spagnoli ben sanno l’importanza dell’esportazione. Consorzi, federazioni e grandi cooperative come Fepex, Proexport, Asociafruit, Anecoop, rappresentano poli di riferimento protèsi verso un obiettivo comune: far crescere l’export.
 
Ma la vocazione "esterofila" dei “cugini” ha anche alcune “controindicazioni”: “In Spagna - spiega Rodriguez - si dice che la migliore frutta e verdura venga esportata: ed è una grande ma triste verità. In Italia non è così. Prendiamo le mele: un consorzio di spicco come Vip destina il 50% della produzione al mercato interno. Questo, in Spagna, sarebbe impensabile. Altro caso curioso, quello del kako: Valencia è la prima provincia produttrice, eppure è un frutto più conosciuto e consumato in Germania che nel nostro Paese”.
 
E’ anche per questo che le importazioni di frutta e verdura non smettono di crescere, in Spagna, anche nei periodi in cui nel Paese c’è abbondante produzione stagionale: importare è più economico. Ricerca, investimenti, innovazioni: tutto è pensato per l’export. E non è un caso che i consumi interni siano in calo

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