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mercoledì 23 maggio 2018


Ciliegio, il futuro è un candelabro

Suoli a elevata fertilità, varietà precoci e produttive, portinnesti nanizzanti ma non troppo: sono i tre ingredienti principali per il triasse, la nuova forma di allevamento a parete alta e stretta proposta per i nuovi ceraseti ad alta densità, per produzioni ecosostenibili e di elevata qualità.

Negli impianti intensivi e super-intensivi di ciliegio ogni pianta è pensata come parte costitutiva di un filare continuo. La tendenza è creare una parete fruttifera, stretta e relativamente bassa, nella quale non sono più presenti soluzioni di continuità. Di conseguenza, anche l’architettura dell’albero è modificata, passando da strutture a volume o ibride (per esempio fusetto) a forme semplificate, monoasse o multiasse.

“Da un albero formato da struttura primaria (il tronco), secondaria (le branche) e terziaria (i rami che portano le formazioni a frutto) si passa a uno senza la struttura secondaria portante – spiega a Italiafruit News Stefano Lugli del Dipartimento di scienze e tecnologie agroalimentari dell’Alma Mater Università di Bologna - In questo contesto, la forma di allevamento si è evoluta da semplice forma geometrica a struttura funzionale agli obiettivi da raggiungere”.


Fruttificazione su ramo speronato. Selezione Unibo terza foglia su Gisela 6

Gli impianti ad asse non sono una novità, soprattutto nel caso di peri e meli, dove si sono confermati valida alternativa al fusetto, con notevoli benefici in termini di qualità delle produzioni, perché meglio esposti alla luce e più facili da gestire durante le operazioni di potatura e di raccolta. “Nel ciliegio, però, le forme bidimensionali ad asse sono state introdotte solo di recente nel nostro Paese – osserva Lugli – Possono essere realizzate sia in parete, sia in volume con numeri di assi e densità di impianto variabili. In generale, quanto più il terreno è fertile e maggiore è il vigore della combinazione varietà/portinnesto, tanto più risulta conveniente aumentare il numero degli assi, da uno a due o tre”.

Insomma, abbinando l’effetto nanizzante del portinnesto a quello derivante dalla ripartizione dell’albero su più assi, in terreni fertili si può ottenere una parete di dimensioni relativamente contenute in altezza e spessore, semplice da realizzare, precoce, produttiva, efficiente, ottimamente illuminata, adattabile ai sistemi di copertura monofila o multifunzionali e ben predisposta alla meccanizzazione di alcune operazioni colturali.


Qualità migliore nei frutti da rami laterali speronati rispetto ai frutti da dardi. Selezione Unibo terza foglia

“Proprio per questo motivo - aggiunge il ricercatore - nel 2015 abbiamo impostato una prova sperimentale mettendo a confronto su due portinnesti più vigorosi di Gisela® 5 (Gisela® 6 e Piku® 1) le sei varietà della serie Sweet® (Aryana, Lorenz, Gabriel, Valina, Saretta e Stephany) e Marysa insieme ad alcune varietà scelte come testimoni”.

In pratica, l’impianto si presenta formato da 5.000 assi per ettaro, ottenuti da sole 1.660 piante ognuna delle quali, appunto, ha tre assi. “A febbraio dell’anno scorso è iniziata la prima potatura di produzione, eseguita speronando tutti i rami laterali a 20-30 cm e con lunghezze via via decrescenti dalla parte basale dell’asse verso la cima - continua Lugli - Sui laterali che non raggiungevano una lunghezza sufficiente è stata asportata la sola gemma apicale. Dalla fine di questa estate, poi, gli interventi di potatura verde saranno meccanizzati, così come quelli di diradamento fiorale a partire dal quarto anno (2019) su alberi già in piena produzione”.

Ipotizzando un’allegagione di 6-8 frutti per ramo speronato, con calibro medio finale di 28-30 mm, le produzioni attese al terzo anno dovrebbero attestarsi intorno ai quattro-sette chili per albero secondo la varietà e il portinnesto. “Aggiungendo i frutti portati dai giovani mazzetti posti nelle porzioni mediane e terminali degli assi (da 2 a 4 kg/pianta) al terzo anno le rese di un impianto a triasse potrebbero oscillare, in media, tra 8 a 12 tonnellate per ettaro. Dal quarto anno in poi – conclude Lugli - le produzioni dovrebbero stabilizzarsi su 15-18 ton/ha. Valori in linea con quanto ottenuto, a parità di età e densità di assi per ettaro, in impianti monoasse con le medesime varietà (dati campo sperimentale di Salvi Vivai a Runco di Ferrara)”.

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