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venerdì 19 ottobre 2018


Frutti dimenticati, quando la biodiversità è di moda

C'era una volta la frutta ritmata dai tempi delle stagioni; si conservava nel fruttaio, il solaio di casa. Aromi e profumi non ancora uniformati dalla catena del commercio globale. Magari meno belli a vedersi, ma sicuramente gustosi. Mele, pere, nespole, sorbe, susine e albicocche, un mondo che da 30 anni il professor Enzo Melegari sta cercando di tenere in vita. Una missione intellettuale, all’insegna della biodiversità, che ha generato numerose pubblicazioni e iniziative.

Ricercare, conoscere, mantenere e propagare. L’attività dell’ex docente dell’Istituto tecnico agrario statale Bocchialini di Parma (è in pensione dallo scorso settembre) e membro dell’Associazione agricoltori e allevatori custodi può essere riassunta in questi quattro verbi.
 
Un’esplorazione condotta fra conventi, orti parrocchiali, ville padronali, antichi nuclei abbandonati, zone di colline dove ancora sopravvivono piante isolate o in quel che resta di vecchi frutteti. Un vagar nella campagna che - come le ricerche sui poemi omerici - ha tenuto conto delle testimonianze orali di vecchi contadini, tradizioni di famiglia; racconti che gli hanno permesso di ricostruire pratiche agricole e ricette. Buoni usi di un tempo che oggi scintillano sotto le preziose etichette di economia circolare e biodiversità.
 
"Trentasei anni fa - racconta Melegari - mi davano del matto. La biodiversità era un concetto molto astratto. Ora va di moda, è sulla bocca di tutti. La varietà del resto è un valore fondamentale. Pensi alle mele: l’80% del mercato italiano è costituito da sei tipi stranieri, di cui solo una specie copre il 50%. Eppure, nel nostro territorio, ne contiamo ben 240 di varietà. Il rischio è perdere completamente questo straordinario patrimonio”.

Melegari ha rintracciato qualcosa come 700 tipi diversi di frutta: alle mele si aggiungo 120 varianti di pere, 70 di susine, dieci di cotogno, 25 di pesco, 20 di albicocco, 25 di ciliegio, 24 di viti, otto di fichi e di olivi, 25 di frutti minori, solo per citarne alcuni.
 
Una ricerca che sa tanto più d’antico perché da un lato si ricollega agli studi sulla varietà frutticole, intrapresi a partire dal Cinquecento, dall’altro ha recuperato nomi dal sapore - è il caso di dirlo - decisamente popolare.
 
Termini che da soli evocano l’aroma e il gusto della frutta: quello di fragola della mela bianca, il profumo speziato della mela rosmarina o quello di melone della mela zitella; e ancora il gusto di moscato della pera Butirra Hardy.
 
L’elenco di Melegari sembra infinito: "Parole che indicavano le caratteristiche del frutto. Per esempio, ancora parlando di mele, a Monchio abbiamo la zucchina, per via della sua forma allungata, che ricorda l’ortaggio. Nel piacentino, il pom Salam, sempre dall’aspetto allungato. Ci sono poi la pera cipolla o quella ingurien per il colore rossastro della polpa che richiama l’anguria, e ancora la pera bottiglia, la susina del cuore"
E ancora i vecchi vitigni di uva Termarina, senza semi, la pera Nobile, indispensabile per preparare il ripieno dei Tortél Dóls, la pesca Sanguinea dalla polpa viola e dall’aroma intenso.
 
Nel suo viaggio nel tempo Melegari non ha trascurato di ricostruire pratiche e usi quotidiani di piante e frutti. È il caso per esempio del corniolo, noto fin da Neolitico, apprezzato per la sua versatilità: "Se ne poteva ricavare un liquore, il Corniolino, mentre il legno, particolarmente duro, veniva impiegato per realizzare il perno e gli assi delle ruote nei carri agricoli o usato negli ingranaggi dei mulini. Il fogliame serviva come foraggio, e sempre dal frutto si potevano produrre salse per accompagnare bolliti e marmellate. Insomma dalla frutta non si butta via niente".
 
Il bricoccolo di Maria Luigia - Ci sono quei frutti che portano in tavola letteralmente la storia, come il bricoccolo. “Si tratta - spiega - di un incrocio naturale tra susino e albicocco, avvenuto in Asia. A Parigi nel 1775 è citato - nel catalogo degli alberi da frutto dei frati certosini - con il nome di albicocco nero. A Parma lo ha portato Maria Luigia, che lo ha coltivato, impiantando un frutteto nel Parco Ducale. Da noi sta scomparendo, ma all’estero, come in California, sotto il nome di susinococco, riscuote un grande successo".

Il destino della pianta cara a Maria Luigia è il medesimo che incombe su diverse varietà di frutta: la spada di Damocle dell’estinzione. "Si coltivano per lo più in mercati di nicchia, ma ci sono segnali positivi: come dicevo, oggi la biodiversità va di moda, forse è un concetto fin troppo utilizzato e alcuni agricoltori avviano produzioni proprie. Sono soddisfatto, perché significa che le persone hanno preso coscienza della situazione”.

Scenario che testimonia l’importanza di manifestazioni come il Rural Festival, la rassegna dedicata alla biodiversità agricola che si tiene nel mese di settembre in provincia di Parma e che raduna agricoltori e allevatori dell’Emilia, della Toscana e da quest’anno anche della Liguria, impegnati proprio a tutelare e salvare le antiche culture vegetali e le antiche razze animali.

"Rural ha messo in vetrina queste produzioni, favorendone la loro commercializzazione, che è l’unico modo per garantire continuità di coltivazione e salvare così i frutti antichi”.
 

E se non pochi ragazzi oggi continuano a conoscere e vedere la frutta solo nel supermercato, dall’altro va sottolineato come siano proprio le nuove generazioni a essere impegnate nella battaglia per tutelare la biodiversità. "È uno sforzo che ha coinvolto diversi giovani produttori - conferma Melegari - che con la loro attività stanno mantenendo in vita le varietà antiche, evitandone l’estinzione".

Fonte: La Repubblica


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