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Kiwigate giovedì 28 marzo 2019


Kiwigate, gli ultimi sviluppi

Ci sarebbe anche (almeno) un’azienda italiana al centro del Kiwigate, l’operazione che ha portato la Direzione generale della concorrenza, dei consumi e della repressione delle frodi di Parigi (Dgccrf) a scoprire un "giro" di frutti italiani spacciati per francesi da parte di sette aziende transalpine: 15mila tonnellate commercializzate in tre anni (il 12% del settore) per un valore di circa 6 milioni di euro.

Alla fine del 2016, Dgccrf ha ricevuto una segnalazione di presunte pratiche fraudolente riguardanti un'impresa italiana che esportava ingenti quantitativi di kiwi etichettati con il bollino d’origine francese. Gli investigatori, scrive la Direzione, hanno dimostrato la commercializzazione di circa 3.350 tonnellate di kiwi “Origine Francia" provenienti da questa società, anche con la presentazione di certificati falsificati.



I maggiori volumi disponibili in Italia, il minor costo di produzione del kiwi Made in Italy e il ritrovamento su alcuni frutti di fitosanitari vietati in Francia ma non in Italia sono, per Dgccrf, altri elementi determinanti della vicenda: la presenza di fenexamide o fludioxonile, “sostanze attive il cui uso è vietato in Francia a differenza dell’Italia, dove viene utilizzato per migliorare la conservazione di kiwi”, segnala la Direzione generale della concorrenza, è stata rilevata 27 volte nel corso degli ultimi anni in Francia.



Un punto, quest’ultimo, enfatizzato da alcune testate francesi, che fa discutere e irrita alcuni operatori italiani del settore: “In Francia giustificano il prezzo più elevato del loro prodotto parlando di costi di manodopera diversi e di trattamenti non consentiti, dimenticando che l'Italia non è in Asia ma in Europa, sottoposta quindi alle stesse  leggi”, scrive a Italiafruit News Giovanni Triolo, titolare dell’Azienda agricola Casal Monaco di Trapani.  “Sarebbe opportuno scrollarci di dosso la pigrizia e chiedere a chi accusa di avvelenare le nostre merci di essere più preciso comunicando i nomi  dei prodotti dannosi usati e, se il fatto non è vero, costringere a smentite e scuse ufficiali”. 

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