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lunedì 17 giugno 2019


Così l'Italia danneggia l'ortofrutta biologica

E' scontro duro tra il Governo e il comparto biologico sulla questione dei residui di fosfiti. La bozza di circolare, già condivisa in Conferenza Stato-Regioni, e discussa nel corso dell'ultimo Tavolo tecnico sul bio, tenutosi mercoledì scorso presso il Mipaaft, ha portato alcune associazioni di settore a prendere posizioni forti contro la proposta di azzerare la presenza di acido fosforoso/fosfonico nei prodotti bio freschi e trasformati. Una scelta che, attualmente, come già denunciato dall'ente di certificazione Ccpb su queste colonne (clicca qui per leggere l'articolo), rischia di togliere dal mercato più del 50% della produzione biologica nazionale.

Cosa propone il Mipaaft?
Il ministero, sulla base di quanto presentato al Tavolo tecnico, intende considerare conformi i prodotti non trasformati nei quali sono rilevati valori di acido fosforoso/fosfonico inferiori a 0,05 ppm (mg/kg), in assenza di contemporanea rilevazione di acido etilfosfonico. In considerazione delle contaminazioni a lungo termine rilevate nelle coltivazioni arboree dal progetto "Biofosf", finanziato dallo stesso ministero, si pensa a un periodo di transizione di 24 mesi durante il quale ritenere ammissibili contenuti di acido fosforoso/fosfonico fino a 0,1 ppm, considerando che questo tempo sia sufficiente alla decontaminazione degli impianti.
 
Per i prodotti trasformati, compresi quelli vitivinicoli, il ministero prende atto dell’attuale impossibilità di escludere il “falso positivo” per l’acido acido fosforoso/fosfonico, sempre in assenza di contemporanea rilevazione acido etilfosfonico. Le valutazioni dovrebbero competere caso per caso all’organismo di controllo, senza dover necessariamente rifarsi alle soglie massime prestabilite. 

Le conseguenze dirette del nuovo regime sull’attività dei trasformatori
"Con queste regole, un’azienda di trasformazione italiana è tenuta a rifiutare una consegna di materia prima nazionale che all’analisi presenta 0,05 ppm di acido fosforoso/fosfonico, mentre può considerare del tutto conforme una consegna di materia prima estera che, con il placet dell’organismo di controllo e dell’autorità competente del Paese d’origine, presenta il quadruplo del residuo (fino a 0,199 ppm), così come previsto dalle linee guida dell'European Organic Certifiers Council (Eocc)", spiega a Italiafruit News Roberto Pinton, responsabile tecnico scientifico di AssoBio, l'associazione nazionale delle imprese di trasformazione e distribuzione dei prodotti bio e naturali. 

E non è tutto: "Lo stesso carico di materia prima che il nostro trasformatore è tenuto a rifiutare potrebbe essere legittimamente destinato dal venditore a un’impresa di trasformazione estera concorrente, sempre che non rientri nel sorteggio delle partite da sottoporre ad analisi da parte dell'organismo di controllo".

"Questa situazione kafkiana dimostra ancora una volta quanto, a fronte di un mercato unico, siano del tutto insensate norme nazionali - tuona Pinton - Va anche considerato che porre a carico solo delle imprese italiane obblighi cui, per il principio comunitario di libera circolazione delle merci, non è possibile assoggettare a imprese comunitarie, costituisce una discriminazione della produzione interna, un'operazione del tutto lesiva della concorrenza. La Corte Costituzionale, sin dal 1997, ha stabilito che è contrario alla carta gravare le imprese nazionali di oneri, vincoli e divieti che il legislatore non potrebbe imporre alla produzione comunitaria, ed è grave che di tale precetto l'autorità competente si ostini a non tener conto".


Roberto Pinton

Rispettare le regole in campo ma essere de-certificati: un paradosso tutto italiano
C’è da dire, poi, che i produttori bio italiani sono gli unici in Europa a rischiare la de-certificazione anche se rispettano le regole. Il Decreto ministeriale 309/2011, infatti, considera contaminazione accidentale e tecnicamente inevitabile quella che si rileva sotto a 0,01 ppm e dispone l'automatica de-certificazione delle produzioni in presenza di acido fosforoso/fosfonico. 

"La situazione attuale è tutt'altro che facile. Le fonti di contaminazione da acido fosforoso/fosfonico possono essere connesse alla gestione agricola convenzionale, a cross contaminazioni e a mezzi tecnici attualmente ammessi in biologico - evidenzia Pinton - Un frutticoltore bio, pur nell’assoluto rispetto della normativa, può ad esempio rischiare di vedersi de-certificare la produzione a causa del permanere nel legno di residui di trattamenti effettuati diversi anni prima durante il regime convenzionale. Lo stesso rischio lo corre un orticoltore bio che utilizza ammendanti o fertilizzanti derivati di alghe che liberano nelle coltivazioni acido fosforoso".

"Il concetto alla base del Dm 309/2011 - sottolinea ancora il responsabile tecnico scientifico di Assobio - è profondamente sbagliato: non si può incolpare l'operatore per la rilevabilità strumentale della presenza nel suolo, nelle acque e nei prodotti di metaboliti di mezzi tecnici che egli non abbia usato, ma siano l'eredità dell'ubriacatura della rivoluzione verde. Una tale norma è figlia di uno sbagliato concetto bucolico dell'agricoltura biologica, che la vorrebbe confinata nelle aree marginali e poco produttive o incontaminate. Al contrario, la conversione all'agricoltura biologica è un potente strumento a disposizione per risolvere le gravi problematiche ambientali delle aree compromesse. Se decenni di uso dissennato della chimica di sintesi hanno reso precario l'equilibrio dei suoli e delle acque di un'area, proprio su quest'area è necessario intervenire promuovendone la conversione in chiave sostenibile ed agro-ecologica. Se, al contrario, si scoraggia la scelta della conversione, attribuendo all'operatore la responsabilità di gravi condizioni ambientali che non gli sono certamente imputabili, si disegna uno scenario inaccettabile di oasi biologiche ecologicamente perfette nelle aree poco produttive, e di devastazione cui si rinuncia a porre rimedio nelle aree di pianura ad agricoltura intensiva".

Le richieste di AssoBio e FederBio al Mipaaft
Alla luce di queste molteplici problematiche, una domanda sorge spontanea: cosa dovrebbe fare il Governo per non penalizzare i produttori virtuosi e lo sviluppo del settore? "Da parte nostra concordiamo con la richiesta di FederBio (Federazione italiana agricoltura biologica e biodinamica, ndr), Confcooperative e Unione italiana vini di una circolare esplicativa, più rapida di una revisione del Dm 309/2011, le cui procedure sono assai più lunghe - dice Pinton - L'obiettivo è adeguare gli obblighi in capo alle aziende italiane a quelli in capo ai concorrenti esteri: non si tratta di alcuna violazione del regolamento 834/2007, che chiede all'operatore di rispettare rigorosamente un metodo di produzione, non di garantire che nei terreni che conduce il metodo fosse rispettato anche negli anni precedenti”.

Sull'argomento abbiamo interpellato anche il presidente di FederBio, Paolo Carnemolla che tiene a specificare: “La vicenda fosfiti è nata a seguito di un aumento esponenziale di segnalazioni da parte di altri Paesi Ue su prodotti ortofrutticoli italiani, che ha comportato un’ispezione della Commissione in Italia per verificare la situazione e i provvedimenti adottati. Quindi ogni tentativo di mascherare la realtà con soluzioni normative all’italiana non risolve affatto il problema anche di mercato per gli operatori. Chiediamo al Mipaaft di pubblicare rapidamente sia la lista dei mezzi tecnici ammessi contaminati da fosfiti sia una circolare esplicativa con i limiti analitici già concordati in sede tecnica, non limitando a due anni il periodo transitorio e prevedendo per le coltivazioni arboree in conversione una specifica gestione dell’eventuale contaminazione. Secondo noi, infine, è necessario correggere l’impostazione del Dm 309/2011, in quanto attualmente è a danno dei produttori biologici”.


Paolo Carnemolla 

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