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mercoledì 18 dicembre 2019


Oltre 1.600 firme per una nuova ortofrutta

Ci piace ragionare su questioni concrete e aspetti pratici che riguardano il mercato ortofrutticolo, con l'obiettivo di trasformarlo da quel ring dove ogni giorno produttori e buyer si prendono a cazzotti cercando di limare qualche centesimo il chilo, per arrivare a una piazza - un'agorà - dove i protagonisti del settore collaborano per valorizzare l'ortofrutta italiana.

Non è un'utopia e a quanto pare questa visione è condivisa da tanti nel nostro comparto. Col Manifesto dell'Ortofrutta abbiamo cercato di volare alto e su questa piattaforma programmatica presentata agli Stati Generali del 20 novembre scorso stiamo raccogliendo un consenso trasversale e in qualche misura inaspettato: ad oggi, infatti, sono oltre 1600 le firme ricevute a sostegno dei nostri sei punti che potete rileggere nell'infografica sottostante.



La risposta del settore ortofrutticolo italiano è confortante: anche considerazioni che sono un po' fuori dal coro - che vanno all'osso dei problemi del comparto - trovano consenso e spazio. Abbiamo intercettato un malcontento e incrociato una generale voglia di ragionare, con buonsenso e competenza, su come uscire da questa situazione: le nostre proposte sono nella sostanza e nella forma lontane dalle stantie rivendicazioni e dalle utopiche medicine per il settore ortofrutticolo di cui da troppo tempo sentiamo parlare. Gli imprenditori, le imprese e i portatori d’interesse in senso lato hanno cominciato ad accorgersene e, credo, per questo hanno aderito in modo così convinto ai nostri stimoli.

Il fatto che la nostra ricetta sia fuori dal coro non teme certo smentita. In questa sede approfondirò il terzo punto del manifesto, dove sosteniamo la necessità di elevare la qualità dell’organizzazione della produzione e di modificare le relazioni di filiera.

Dopo anni dove il mito della dimensione e delle correlate economie di scala ha tenuto banco quando si parlava di aggregazione, oggi sta fortunatamente prendendo piede la consapevolezza che vale molto di più la qualità dell’aggregazione, a partire dalla condivisione degli obiettivi e della strategicità degli stessi, che a questo punto sottendono per definizione una rilevanza e una distintività del percorso. E’ oramai chiaro ai più che non servono ammucchiate senza strategia per far valere muscoli grandi ma flaccidi; è decisamente meglio puntare sulla distintività dei progetti e sui possibili ambiti di applicazione.

Brevetti, club, prodotti tipici, fino all’alto di gamma garantito sono i nuovi nuclei di aggregazione, gli unici in grado di prospettare risultati ai potenziali aderenti che cominciano ad osservare sempre più esempi di successo. Una volta che si dispone di organizzazioni adeguate al mutato contesto di consumo è possibile lavorare sui rapporti di filiera, anche qui però in modo innovativo. Non è infatti corretto dire che occorre prima di tutto garantire reddito ai produttori se non si precisa per fare cosa.

Non c’è più alcuno spazio per prodotti scadenti, a nessun prezzo; i consumatori non li vogliono più, potendo contare su tanti prodotti succedanei di buona qualità provenienti dall’industria. E non è nemmeno corretto che i distributori rivendichino la necessità di prodotti a basso prezzo, se anche in questo caso non si precisa quale è lo standard minimo di riferimento. Dovendo necessariamente alzare l’asticella della qualità sulle esigenze dei clienti - in progressivo aumento - anziché proseguire nel rimpallarsi in modo sempre più veemente le responsabilità dell’inadeguatezza della proposta, è venuto il momento di cambiare registro.

Per la distribuzione ponendo al centro della convenienza comunicata ai clienti il valore del cibo e, di conseguenza, prezzi consoni al valore stesso. Per la produzione questo significherà la possibilità di abbandonare la folle equazione che aggiusta prezzi flettenti con rese incrementali, poiché anche quando - come raramente succede - non abbassa la qualità intrinseca media dei prodotti, genera comunque ulteriore pesantezza su un mercato interno che non decolla e su un export che langue. Il trasferimento del valore del lavoro fatto nei campi e lungo la filiera deve essere il nuovo patto fra produzione e distribuzione; quel carretto e quel carrello che abbiamo portato simbolicamente sul palcoscenico del teatro Manzoni e che pare abbia già convito più di 1.600 operatori.

A questo punto ci auguriamo di arrivare a quota 2.000 durante la pausa natalizia per portare a inizio anno le Vostre istanze alla ministra Teresa Bellanova con rinnovato vigore. Se non lo avete ancora fatto potete anche Voi sottoscrivere il Manifesto dell’ortofrutta cliccando sul pulsante qui sotto.



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