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venerdì 31 gennaio 2020


Nel carrello più ortofrutta, ma a prezzi bassi

Nel carrello della spesa scendono le voci dell’alimentazione tradizionale (pasta, carne, formaggi), tengono i prodotti ittici e salgono in volume (meno in termini di prezzo) frutta e verdura. E’ quanto emerge dello studioLa spesa alimentare e l’evoluzione del commercio al dettaglio in Italia negli ultimi 10 anni”, diffuso in occasione della presentazione di Confali-Confcommercio, che sottolinea come, a fronte di un calo generalizzato dei consumi, sia cresciuta l’incidenza della spesa alimentare (dal 17 al 18%).

Dal 2007 al 2018 emerge distintamente la progressione della spesa per la frutta e per la verdura rispetto al totale alimentare e al totale di tutti i consumi. Frutta e vegetali, spinti anche dai trend salutistici, valgono oltre il 4% della spesa aggregata e quasi il 23% della spesa alimentare, con un'ascesa di 4,2 punti percentuali assoluti rispetto all’incidenza del 2007. E questo in un contesto in cui in termini di spesa media mensile, si registra un calo in valore del 15,4% (da 546 a 462 euro), in linea con la riduzione dei consumi totali (-15,1%)



In termini di consumi, nel 2019 la spesa reale è ancora inferiore di 851 euro a persona, evidenzia lo studio Confcommercio. 
 
All’interno delle spese per l’alimentazione domestica l’andamento risulta abbastanza articolato. Tra i più dinamici sono risultati i prezzi dei prodotti ittici, tra i meno inflazionistici proprio la frutta e la verdura, confermando pertanto, in termini di consumo reale, la crescita di importanza di questa voce di consumo. La ricerca di prodotti meno “esotici”, l’attenzione alla stagionalità e alla prossimità del prodotto ortofrutticolo hanno determinato un mix di beni acquistati i cui prezzi sono risultati meno dinamici di altri comparti.



Nel decennio considerato, frutta e vegetali (così come le spese per pasti e consumazioni fuori casa) calano in volume piuttosto rapidamente nei periodi peggiori della crisi (tra il 2008 e il 2013) e crescono in misura relativamente vivace con la sia pur modesta ripresa (dal 2014 in poi). Le tendenze “salutistiche” penalizzano le voci dell’alimentazione più tradizionale, cioè pasta, carne e formaggi.



L’evidenza più significativa, guardando la tabelle sopra e quella sotto, riguarda l’evoluzione radicalmente differente dei consumi in quantità tra le due tipologie familiari, sia per i consumi totali sia per il complesso degli alimentari. Rispetto al 2007, nel 2018 la spesa reale media complessiva della famiglia con figli si è ridotta a volume del 16,6% (l’indice 2007=100 è infatti pari a 83,4 nel 2018). Lo stesso dato per i single è +4,6%



Analoghi riscontri si hanno per la spesa alimentare. Per lo studio, in sostanza, nonostante l’attenzione politico-mediatica ai pensionati e alle pensioni faccia immaginare dinamiche differenti da quelle evidenziate nelle tabelle, la vera crisi da cui non si è ancora usciti riguarda le famiglie numerose mentre se c’è una categoria di consumatori che si è completamente ripresa dai picchi negativi sono proprio gli anziani, cioè i pensionati, soprattutto i single.

Nel periodo considerato, sottolinea lo studio Confcommercio, l’evoluzione del commercio al dettaglio ha registrato una riduzione di circa 73mila esercizi di tutte le dimensioni ad eccezione di alcune forme di vendita alternative ai negozi (+10.900 attività), in continua crescita soprattutto in due settori: distribuzione automatica di prodotti e vendite attraverso Internet.

Attualmente il settore del commercio al dettaglio conta una rete di circa 610mila imprese, di cui oltre il 90% (escludendo la componente degli esercizi non specializzati) è rappresentato dagli esercizi del “piccolo dettaglio”, ovvero imprese generalmente di piccole dimensioni la cui principale funzione è quella di offrire un indispensabile servizio di prossimità, complementare alla grande distribuzione che è basata, invece, su convenienze di prezzo e localizzata spesso in aree periferiche e decentrate.

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