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«Sostenibilità, il rischio di procedere in ordine sparso»

La sostenibilità viene declinata in molti (troppi) modi, ogni impresa la interpreta in funzione di come e quanto più gli aggrada, oltre che in base a come più facilmente può raggiungere l’obiettivo: servirebbe invece un approccio condiviso ed “olistico” per perseguire un effettivo miglioramento dei parametri misurabili in termini di sostenibilità. La pensa così Fabrizio Piva, Ad del Ccpb, che da anni punta sul biologico per dare alla parola sostenibilità un senso di piena concretezza.

Alcune aziende  “vedono” la sostenibilità solo in funzione sociale - sottolinea Piva nell’articolo apparso sull’ultima newsletter del Ccpb - altre perseguono la carbon o la water footprint, altre ancora sul versante del benessere animale; c'è chi si impegna a ridurre la plastica, chi lo spreco, chi i consumi energetici, chi i fitofarmaci o anche un solo fitofarmaco, chi ad utilizzare energie rinnovabili, chi a praticare il “km 0”, chi a massimizzare le rese per dimostrare di essere in grado di sfamare il mondo, chi a produrre secondo i più svariati modelli di agricoltura sostenibile e chi secondo il metodo biologico. Ognuna di queste scelte e comportamenti, commenta Piva, è sicuramente preferibile rispetto a chi non se ne preoccupa per nulla, ma senza un approccio comune si rischia di non andare nessuna parte.



In un contesto in cui tutti si preoccupano e si occupano di comportamenti sostenibili, aggiunge l'Ad del Ccpb, non va dimenticato che da oltre un trentennio molte imprese sono impegnate in un metodo sostenibile che è il biologico: “Applicare obiettivi sociali e migliorare la misurazione delle performance ambientali del bio può consentire di raggiungere un’effettiva maggiore sostenibilità in termini di riduzione degli impatti e di aumentare la resilienza dell’ambiente. Il bio è un metodo univoco, riconosciuto dalla normativa comunitaria e da un sempre maggior numero di consumatori. Molto più frammentato è invece il comportamento delle imprese quando si avvicinano all’obiettivo di essere più sostenibili senza approcciare il biologico; si ha la sensazione che assomigli sempre più ad un pret a porter in cui si cerca di adattare il proprio abito della sostenibilità alla taglia in cui si sente più comodo”.

Per Piva è inderogabile che si trovino da un lato metodi e strumenti per misurare in modo omogeneo e coerente la sostenibilità e dall’altro che il bio si dimostri più disponibile a farsi misurare in un’ottica, appunto, di sostenibilità: perché "la sostenibilità non può essere presa a pretesto per discriminare alcuni metodi produttivi rispetto ad altri, ma piuttosto è un obiettivo che tutti si devono dare e che tutti devono essere posti nelle condizioni di misurare”.

A livello europeo da alcuni anni, ("forse troppi") - conclude Piva - "è in atto un percorso di implementazione  delle regole di calcolo per arrivare alla definizione della Product Ecological Footprint in modo che vi sia un modo univoco per misurare gli impatti e caratterizzare un processo produttivo ed i prodotti che ne derivano. Un progetto che ha un analogo a livello nazionale con il progetto “Made Green in Italy”: credo che un po’ più di impegno in tali direzioni possa essere utile a fornire strumenti di misura indipendentemente dai processi adottati”.

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