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martedì 5 gennaio 2021


«A noi questa aggregazione non serve»

L'aggregazione è uno dei temi caldi dell'ortofrutta. E nell'ultima newsletter dello scorso anno avevamo solleticato il settore proprio su questo aspetto (clicca qui per leggere l'articolo). Albano Bergami,  presidente nazionale settore frutta di Confagricoltura, interviene in merito.

Come ogni giorno seguo con attenzione gli editoriali di Italiafruit News, la mia attenzione è ricaduta in particolare sull'articolo intitolato “A noi l’aggregazione non serve”. L’ articolo in esame, prendendo spunto dalla notizia del via libera dell’antitrust alla fusione di Fiat Chrysler e Peugeot, giunge ad un parallelismo con alcuni settori dell’ortofrutta italiana, in questo caso quelli delle pere dell’Emilia Romagna e delle clementine di Calabria. Confesso di non avere nessuna competenza in campo industriale, tantomeno in quello finanziario e scarsissimo in quello agrumicolo, ritengo comunque di aver acquisito una discreta conoscenza nel comparto pericolo, avendo dedicato ormai una vita a questo settore in qualità di produttore, di consulente e non ultimo ricoprendo ruoli di rappresentanza nel settore agricolo. Il tema dell’aggregazione in agricoltura in generale ed in frutticoltura in particolare è almeno dall’ultimo ventennio non solo tema di dibattito ma anche oggetto di interventi politici ed economici a livello nazionale e comunitario. Fin dalla nascita 23 anni fa dell’Ocm, si è voluto dare una risposta a quello che si riteneva allora come oggi uno dei fattori maggiormente limitanti della nostra frutticoltura, la frammentazione dell’offerta e la conseguente difficoltà, delle nostre imprese produttive e commerciali, nel rimanere competitivi sui mercati. Al raggiungimento di questo obiettivo sono state destinate ingenti risorse finanziarie e credo che dopo un così ampio lasso di tempo sia giunto il momento di fare un serio ed approfondito bilancio, che purtroppo non può essere esaurito nel breve spazio di un articolo, per cui mi limiterò ad introdurre alcuni punti di riflessione sperando possano essere utili per futuri confronti. Ritornando ai contenuti dell'articolo mi sembra di capire che, in maniera amaramente ironica, attribuiate all’incapacità o alla mancanza di volontà dei soggetti produttivi e commerciali la scarsa propensione all’ aggregazione e che gli stessi preferiscano poi giustificare i propri insuccessi limitandosi alle sole lamentele relative ai flagelli fitosanitari che recentemente hanno interessato i vari settori. Credo che la realtà sia ben più complessa! In Italia abbiamo un livello di aggregazione, intesa come produttori soci di Op e cooperative non inferiore ad altri Paesi nostri competitors, nel comparto delle pere i soggetti cosiddetti aggregati sono circa il 50% del totale, in altri comparti come quelli delle drupacee di Romagna il livello di aggregazione sale decisamente, eppure sono proprio questi tra i settori in maggiore difficoltà, dimostrata dalla progressiva ed inesorabile perdita della superficie produttiva accumulata in Emilia Romagna negli ultimi 15 anni in ben 19.000 ettari. Quindi non sembra essere la sola quantità di aggregazione o ciò che definiamo impropriamente tale, il fattore che rende un sistema più o meno competitivo, ma credo invece che molto più realisticamente nell’ortofrutta italiana vi sia un gigantesco problema di qualità dell’aggregazione. Se dovessimo analizzare le motivazioni che tengono ancora oggi gran parte della produzione italiana fuori dai sistemi aggregati, probabilmente ci accorgeremo che queste non sono scelte determinate dalla mancanza di analisi, da egoismi o carenze culturali, ma più semplicemente dai risultati non sempre corrispondenti alle esigenze della produzione stessa e comunque non percepiti diffusamente come vantaggiosi rispetto a quelli prodotti da altre realtà commerciali. Sono fermamente convinto che se concretamente si fosse voluto favorire il livello di aggregazione della produzione, sarebbe stato utile, magari agendo proprio sull’Ocm, individuare un meccanismo premiante le Op più virtuose e per tali definisco non necessariamente quelle di maggiori dimensioni e fatturati o che esportano nei Paesi più lontani o ancora quelle dotate dei più moderni sistemi di stoccaggio, ma più semplicemente quelle che nel medio periodo e nel rispetto delle leggi, riescono a liquidare meglio di altre i propri associati. Auspico, prima che si arrivi alle soglie del non ritorno per la nostra ortofrutta che, invece dell’abusato termine aggregazione si cominci a perseguire concretamente l’organizzazione, il coordinamento, l’efficienza e l’efficacia. Parafrasando il vostro titolo "A noi l’aggregazione non serve” rispondo “A noi questa aggregazione non serve”.
Con stima

Albano Bergami, presidente nazionale Settore frutta di Confagricoltura

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