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giovedì 18 febbraio 2016


Agromafie, un business da 16 miliardi di euro

“Le mafie, non soltanto nel settore agroalimentare, sono purtroppo in espansione. Per quanto riguarda il comparto alimentare la loro filosofia è quella di sempre. Nell’agroalimentare c’è da guadagnare e se si gioca con un mazzo truccato ce n’è ancora di più". Lo ha affermato ieri il procuratore Gian Carlo Caselli, presidente dell’Osservatorio sulla criminalità nell'agricoltura e sul sistema agroalimentare, nel corso della presentazione del quarto Rapporto Agromafie a Roma, realizzato da Coldiretti, Eurispes e lo stesso Osservatorio.

La mano della malavita organizzata si allunga dunque (ancora di più) sui campi. Il rapporto stima un business di 16 miliardi di euro realizzato dalle attività illecite. Si spazia dai reati tradizionali come furti di attrezzature, abigeato, macellazioni clandestine, danneggiamento delle colture fino a riciclaggio, contraffazione, impiego di denaro, infiltrazioni nelle attività di intermediazione e trasporto.

Il risultato è la lievitazione dei prezzi dal campo allo scaffale, fino a quattro volte per frutta e verdura, ma soprattutto la penalizzazione dell'imprenditoria agricola onesta e i rischi per il mancato rispetto dei requisiti di sicurezza e qualità dei prodotti.

Insomma, il settore agroalimentare - che ha dimostrato in questi anni, grazie alle doti anticicliche, di saper resistere alla crisi - attira capitali e diventa un terreno ricco per la malavita. “Le turbolenze del sistema bancario - spiega il rapporto - aumentano i capitali puliti che alla ricerca di una migliore remunerazione si indirizzano verso l'economia sporca, con il cosiddetto money dirtying”. Fenomeno che si è intensificato con l'entrata in vigore del bail-in. Per perseguire il massimo vantaggio chi dispone di liquidità si affida a soggetti borderline che operano in Italia e all'estero garantendo investimenti sicuri.

Sprecati tra 20 e 25 miliardi per mancato utilizzo dei beni confiscati
Su tutto il territorio nazionale sono 26.200 i terreni nelle mani di soggetti condannati in via definitiva per reati che riguardano tra l’altro l’associazione a delinquere di stampo mafioso e la contraffazione.

I report della Dia (Direzione investigativa antimafia) denunciano numerose irregolarità con molti beni che risultano ancora occupati dai mafiosi stessi o da loro parenti e prestanome. All’origine di ciò, inadempienze, procedure farraginose, lungaggini burocratiche. I criminali che non sono sgomberati dagli immobili godono persino del vantaggio di non dover pagare le tasse sul bene, poiché sequestrato. Senza dimenticare che - sulla base delle stime dall’Istituto nazionale degli amministratori giudiziari (Inag) - tra i 20 e i 25 miliardi di euro vengono sprecati per il mancato utilizzo dei beni confiscati.

Non solo. Circa un immobile su cinque confiscato alla criminalità organizzata è nell’agroalimentare. Il 53,5% si concentra in Sicilia, mentre la restante parte riguarda le altre regioni a forte connotazione mafiosa, quali la Calabria (17,6%), la Puglia (9,5%) e la Campania (8%). Seguono con percentuali più contenute la Sardegna (2,3%), la Lombardia (1,6%), la Basilicata (1,5%) e il Piemonte (1,3%). Le altre regioni si attestano sotto l’1%.

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a cura della Redazione

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