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lunedì 19 febbraio 2018


La scienza assolve il mais Ogm, non è nocivo

Non c’è nessuna evidenza di rischio per la salute umana, animale o ambientale dal mais transgenico, vale a dire geneticamente modificato con geni di altre specie.
Lo rivela uno studio, coordinato dall’Italia, con la Scuola Superiore Sant’Anna e l’Università di Pisa, che ha raccolto i dati relativi a 21 anni di ricerche condotte in pieno campo tra il 1996, anno di inizio della coltivazione del mais transgenico, e il 2016. I dati provengono da Stati Uniti, Europa, Sud America, Asia, Africa, Australia.

“L’analisi (pubblicata sulla rivista Scientific Reports, ndr) fornisce una sintesi efficace di un problema molto discusso pubblicamente”, ha commentato la coordinatrice della ricerca, Laura Ercoli, docente dell'Istituto di Scienze della Vita della Scuola Superiore Sant'Anna.
Lo studio ha riguardato esclusivamente l'elaborazione rigorosa dei dati scientifici e non la loro interpretazione politica, il che, peraltro, permette di "trarre conclusioni univoche, aiutando ad aumentare la fiducia del pubblico nei confronti del cibo prodotto con piante geneticamente modificate. Dall'analisi di 11.699 dati contenuti in articoli di riviste scientifiche accreditate, è emerso che le colture di mais transgenico hanno una resa superiore dal 5,6% al 24,5%, aiutano a ridurre gli insetti dannosi ai raccolti e hanno percentuali inferiori di contaminanti pericolosi negli alimenti, come micotossine (-28,8%) e fumonisine (-30,6%).

“Lo studio pisano dimostra una volta di più che non c’è alcuna evidenza di rischio per la salute umana, animale o ambientale dal mais transgenico” ha fatto sapere l’Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica, che ha continuato: “Si tratta di un lavoro che mette a sistema quanto prodotto negli anni da decine di ricercatori, che conferma la non pericolosità degli Ogm e che va nella direzione opposta di quanto deciso da tutti i governi italiani da 20 anni a questa parte”.

Il 13 settembre scorso una sentenza della Corte di Giustizia aveva chiarito come “se non è accertato che un prodotto Ogm possa manifestamente comportare un grave rischio per la salute umana, per la salute degli animali o per l’ambiente, tanto la Commissione quanto gli Stati membri non possano adottare misure di emergenza, come per esempio il divieto della coltivazione di mais Mon 810”. A quella decisione, tuttavia, l'Italia ha risposto con la conferma delle proibizioni. Oggi, alla luce dello studio, l’Associazione Luca Coscioni chiede al ministro Martina di “rivedere radicalmente le sue posizioni di retroguardia in materia di biotecnologie”.

“Lo studio coordinato dall’Italia in realtà non aggiunge nulla di nuovo ad altre ricerche sul tema già pubblicate negli ultimi anni. Questa volta, però, trattandosi di enti pubblici, le conclusioni assumono un peso maggiore”. Così la Cia-Agricoltori Italiani, che sugli Ogm, dice, non ha mai avuto una posizione ideologica.
Bisogna tutelare, però, quelle che sono le esigenze peculiari delle produzioni tipiche dei territori agricoli italiani e scongiurare ripercussioni sui consumi legate alla comunicazione commerciale di queste tematiche.
“Parlare solo di Ogm vorrebbe dire continuare a concentrare l’attenzione su una tecnologia sempre più datata - ha continuato la Cia - sottovalutando la cisgenetica, nuova frontiera della ricerca, per un’agricoltura più sostenibile dal punto di vista ambientale e della sicurezza alimentare. E’ in questa direzione che si devono concentrare gli investimenti se si vogliono tutelare consumatori e agricoltori”.

Le nuove opportunità offerte dalla ricerca vegetale sono straordinarie. Il genome editing o editing genomico, per esempio, è un metodo che permette di selezionare caratteristiche migliorative delle piante senza introdurre tratti estranei alla pianta stessa, come avviene invece per gli Ogm. Questa tecnologia sembra cucita proprio sull’agricoltura italiana: la selezione delle piante, con questa metodologia, non intacca né la qualità, né la tipicità delle nostre produzioni e delle nostre varietà locali, perché - al di là del carattere desiderato - non tocca null’altro del genoma della pianta.

“Occorre un nuovo approccio e un impegno da parte delle Istituzioni affinché il consumatore sappia ciò che fa davvero male alla salute e riponga piena fiducia nella scienza e nella ricerca. È il momento di dire basta alle fake news e alle bufale, che hanno fortemente condizionato il trend dei consumi e le scelte politiche – ha commentato il presidente di Confagricoltura Emilia Romagna, Gianni Tosi - Peraltro ne trarrebbe beneficio sia l’ambiente, in termini di riduzione dell’uso di acqua e di fitofarmaci, che la bilancia commerciale regionale: nel 2016 l’Emilia-Romagna ha importato, in valore, più di 121 milioni di euro di mais, che significa un + 33,4% di incremento nel periodo 2015/16; per quanto concerne le sementi di mais, il valore delle importazioni si aggira sui 36 milioni, con un balzo del 40,7% sul 2015”.

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