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giovedì 5 novembre 2020


Annus horribilis, ma non per tutti

Se il settore agroalimentare ha accusato i colpi inferti dalla pandemia, non tutte le filiere sembrano aver reagito allo stesso modo. Il comparto ortofrutticolo e dei trasformati si trova al primo posto in ben tre diverse situazioni: nel valore della produzione agricola (13 miliardi di euro, seguito dai settori vitivinicolo e lattiero caseario), nell’export (8,4 miliardi, sempre seguito da settore vitivinicolo e caseario) e nella percentuale di prodotti biologici rispetto alla superficie agricola utilizzata dal settore (21%, seguito dal settore oleario e vitivinicolo).



A sottolineare questi risultati per il comparto ortofrutticolo è stato Denis Pantini, responsabile agricoltura e industria alimentare di Nomisma che durante il Forum delle Economie sulla filiera Agrifood promosso da UniCredit, Slow Food e Nomisma è intervenuto dicendo “I valori dell’agroalimentare italiano sono diversi da filiera a filiera: ad esempio anche se l’Italia si colloca al terzo posto per valore aggiunto dell’agroalimentare in Europa – ha continuato – ha un maggior valore della produzione agricola per ettaro, pari a 2583 euro per ettaro, rispetto ai 1240 della Spagna e ai 1186 della Francia”.



Il ruolo positivo dell’ortofrutta viene sottolineato anche in termini di export, dove registra una variazione del +5,9% sui valori cumulati gennaio-luglio 2020 rispetto a quelli del 2019, preceduta dall’export di pasta e derivati del pomodoro.

All’origine della crisi e nuovi trend
Pantini ha poi analizzato i fattori che hanno causato la crisi del settore agroalimentare: solo da questi si può partire per delineare le strategie di ripresa, in primis export e nuove modalità di approvvigionamento come l’e-commerce.
Tra i principali “colpevoli” della riduzione delle performance del settore agroalimentare, ci sono la chiusura della ristorazione e di tutto il fuori casa (che in Italia incide per circa un terzo sul valore dei consumi alimentari) e il crollo degli arrivi di turisti dall’estero (nel 2019, la spesa presso i ristoranti italiani dei turisti stranieri era stata di 10 miliardi di euro).
Si calcola che nel primo trimestre di quest’anno, il calo delle vendite alimentari in Italia nel canale on-trade è risultato più basso del 23% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente; nel secondo trimestre (complice il lockdown) il calo è stato del 64%.



Diverse le sfide che ci lascerà il Covid. Nomisma ha analizzato prima di tutto la riduzione del Pil prevista per l’anno in corso, che porterà a minori redditi per le famiglie, alle evoluzioni nelle modalità distributive e nell’approccio al consumo, dove lo sviluppo dell’e-commerce e la diffusione della digitalizzazione ne rappresentano forse l’emblema. Come rilevato da Nielsen, se nei 12 mesi terminanti a febbraio 2020 le vendite on-line di prodotti grocery erano aumentate del 63% rispetto all’anno precedente, nel periodo del lockdown (febbraio-maggio 2020) e nei 4 mesi successivi (maggio-agosto), la variazione è stata rispettivamente del +185% e +172%, a dimostrazione di come lo sviluppo dell’e-commerce si sia ormai consolidato a prescindere dal Coronavirus.

Ma la pandemia ci lascia in eredità altri mutamenti, i cui effetti si consolideranno anche nei prossimi anni. La maggior attenzione da parte dei consumatori all’italianità delle produzioni porterà ad un rafforzamento delle relazioni tra gli operatori lungo la filiera, gli obiettivi di sostenibilità ricercati dai consumatori ma anche imposti dalle politiche comunitarie (Green Deal) favoriranno gli investimenti green nelle imprese. 



Tre le sfide del mercato individuate da Pantini per il futuro: al primo posto la questione Brexit che mette in discussione quello che per l’Italia rappresenta il quarto mercato di sbocco per l’export agroalimentare. Segue il problema delle elezioni presidenziali americane: a seconda del candidato vincitore, potrebbero essere eliminati i dazi inferti ai prodotti italiani. Infine, la necessità di diversificare i mercati di sbocco, i cui limiti sono divenuti evidenti con la pandemia, e per i quali il grado di concentrazione sull’export alimentare italiano risulta pari al 52%, contro il 47% di quello francese o il 44% di quello tedesco.


Remo Taricani

Resiliente e anticiclico. Così Remo Taricani Co-CEO Commercial Banking Italy UniCredit ha definito il settore agroalimentare, che è riuscito a sopravvivere all’ondata di crisi del Coronavirus ma che ha ora bisogno di tanta innovazione. Un’innovazione che “parte dai comportamenti dei consumatori – ha detto Taricani – per arrivare allo sviluppo dell’e-ecommerce e a nuove strategie di grocery”.
E ha aggiunto: “Se il made in Italy è sempre stato garanzia di qualità, ora deve costruire un percorso di sostenibilità economica e sociale. Unicredit vuole essere protagonista di questa discussione e, grazie alla partnership avviata con Nomisma, cercheremo di identificare le principali aree d’intervento e i migliori percorsi operativi utili alle nostre filiere integrate per vincere la sfida e crescere secondo una logica di sviluppo sostenibile. Grazie anche al posizionamento pan-europeo di UniCredit, ci confronteremo anche con le migliori best practice internazionali per cogliere spunti di miglioramento da condividere con tutti i principali stakeholder del settore e dei nostri territori”.

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