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venerdì 7 maggio 2021


Dalla crisi delle pere al noce biologico

Il momento era difficile, con la crisi delle pere. Servivano scelte coraggiose per uscire dall’impasse e un gruppo di aziende emiliano-romagnole dall’anima frutticola fece ricorso al gioco di squadra. “Decidemmo di confrontarci – ricorda Gianluca Vertuani, vicepresidente di Confagricoltura Emilia Romagna e presidente di Confagricoltura Ferrara – per valutare alternative. Ci orientammo verso il noce, anche sulla base della positiva esperienza del Gruppo Cti di Imola”.



Cominciò tutto così: quell’idea portò sei anni fa alla nascita del Consorzio Noci Delta del Po, di cui Vertuani è il presidente. L’ambizione – poi diventata realtà – era quella di produrre in Emilia Romagna, dai filari del delta del Po, la prima noce biologica italiana. Missione compiuta, tanto che il consorzio – parte dell’Op La Diamantina – sta raccogliendo i frutti del lavoro svolto. Una volta a dimora, il noce entra in produzione proprio dopo sei anni. “Il consumo di frutta secca – puntualizza Vertuani – è in costante crescita anche perché c’è sempre più attenzione all’aspetto salutistico. Ci sono ulteriori margini di sviluppo, ma se ripenso alla scelta compiuta prima di avviare l’attività del consorzio mi rendo conto che siamo stati dei pionieri”. In Italia le vendite delle noci in guscio sono aumentate del 13,5% nell’ultimo anno secondo i dati elaborati da Confagricoltura.

Decisivo è stato l’intervento della Regione Emilia Romagna che, tramite il Psr, ha finanziato gli investimenti finora effettuati (sviluppo dei noceti e macchinari necessari alla lavorazione del prodotto) e sostenuto uno studio specifico di ricerca e sperimentazione, in collaborazione con il Crpv, finalizzato alla definizione di un modello previsionale per la difesa fitosanitaria del noce coltivato con metodo biologico attraverso l’uso di sensori e moderne strumentazioni. Oggi sono circa 160, tra il Ferrarese e il Ravennate, gli ettari dedicati alle noci biologiche e in particolare alla varietà Chandler.



“Ma ogni anno – spiega il presidente – prevediamo un incremento di circa 10-15 ettari. Garantiamo un prodotto di qualità, rappresentativo dell’identità territoriale e migliore di quello importato che arriva in Italia dopo lunghi viaggi in nave. Ci siamo rivolti a Eurocompany, che commercializza le nostri noci bio, e all’interno di La Diamantina ci siamo ritagliati uno spazio con ‘Terra e Natura’, che sarà il marchio con cui ci auguriamo di arrivare presto alla vendita diretta al pubblico”. Se la raccolta è interamente meccanizzabile, entro la fine dell’anno il consorzio potrebbe contare su un impianto di sgusciatura. “L’idea è quella di proporre anche il prodotto sottovuoto sgusciato certificato biologico, per il quale c’è interesse”. 

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di Giuseppe Catapano

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