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lunedì 30 agosto 2021


C'è bisogno di una rivoluzione (pacifica)

Se nella campagna in cui abbiamo mangiato i migliori meloni degli ultimi anni i produttori lamentano risultati economici disastrosi - senza che vi sia stato un crollo dei consumi, anzi, con una richiesta che è stata dinamica, sorretta proprio dalla qualità del prodotto - credo che qualche domanda sull’assetto del sistema occorra porsela. Se un big del mercato come Francescon ha in animo di rivedere la sua organizzazione (clicca qui per leggere l'articolo), mentre fino a oggi è stata giudicata un modello e se i produttori di ciliegie riversano in piazza prodotto di piccolo calibro - invendibile a qualunque prezzo - mentre il mercato si litiga l’alto di gamma a prezzi stellari, allora appare chiaro che, senza se e senza ma, è meglio farsi tante domande e approfondire alla svelta sulla rispondenza dell’assetto del sistema per evitare che un fiore all’occhiello della nostra agricoltura si disintegri.


Bruno Francescon, presidente Op Francescon

Francescon ha ragione: non ha senso investire in organizzazione, varietà, tecnologie, certificazioni e, quando una congiuntura climatica favorevole agevola tutti i produttori, anche a quelli che tutti gli adattamenti citati non li hanno fatti, per cui non sopportano i relativi costi, tutti gli sforzi fatti dalle imprese più evolute non valgono nulla. Anzi, dico io, non solo non ha senso investire ma è molto pericoloso per almeno due motivi. Il primo è l’esposizione finanziaria, che aumenta all’aumentare delle dimensioni e, parimenti, la complessità di collocare tutta la produzione, che segue la stessa logica.

Dall’altra parte occorre però considerare che quando, viceversa, non c’è prodotto per le ragioni opposte, nessun produttore ha obblighi – se non morali - nei confronti dei clienti e, di solito, i produttori meno strutturati non entrano nemmeno in partita. C’è poi il terzo incomodo, la domanda, che soprattutto per la frutta estiva è molto meteoropatica ma quasi del tutto priva di una strategia di supporto, per cui oscilla senza controllo sulla base delle bizze dell’anticiclone delle Azzorre.



Fino a quando produzione e distribuzione sono state fortemente frammentate entrambe, un mercato pressoché perfetto per la teoria economica si è autoregolato creando tantissime micro-situazioni in grado di garantire il deflusso dell’offerta verso la domanda. Ma oggi la situazione è molto diversa. Prima la GDO internazionale e, ora, anche quella nazionale hanno concentrato oltre il 60% della domanda su meno di 5 imprese nei principali paesi europei e qualche decina in più in Italia. Questo ha obbligato i fornitori di riferimento ad aumentare le loro dimensioni per far fronte all’incremento delle dimensioni della domanda dei loro clienti, nel frattempo modificata tecnicamente per effetto di legislazioni sempre più stringenti e per lo sviluppo delle marche dei distributori. Accanto a questo c’è una pletora di operatori piccoli e spesso poco organizzati che alimentano di norma il mercato tradizionale - che è in progressiva riduzione – ma che sono anche di completamento e soccorso per la distribuzione moderna, fino a diventare rilevanti in certe annate, scombinando così l’ordine costituito e generando grave pregiudizio per la produzione organizzata in termini di prezzo e, qualche volta, anche di volumi.

Se si vuole provare a far progredire ancora l’organizzazione non resta che modificare l’assetto dei rapporti fra produzione organizzata e distribuzione moderna. I primi garantendo l’offerta oltreché in termini di specifiche qualitative anche su impegni quantitativi, con accordi vincolanti grazie a backup produttivi come già si fa oltre oceano; i secondi garantendo volumi e prezzi minimi ai produttori. Entrambi predisponendo piani di promozione sia per condizioni standard che di recovery, al fine di minimizzare le fluttuazioni della domanda e rendere percepibile, desiderata e preferita l’offerta proposta rispetto a quella non caratterizzata che, in qualche caso, potrà essere anche a più buon mercato. Il processo, peraltro, è facilitato dall’orientamento del legislatore sia su scala europea che nazionale.



A mio avviso è arrivato davvero il momento di girare pagina per la nostra ortofrutticoltura, anzi forse sarebbe meglio dire che il tempo è oramai scaduto e se non si interviene in modo deciso si rischia di buttare al vento tutto il lavoro di ammodernamento finora realizzato, alimentando un tutti contro tutti che abbasserà ulteriormente la qualità e impoverirà soprattutto gli agricoltori.
  
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Roberto Della Casa
Publisher Representative
roberto@italiafruit.net

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