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venerdì 22 gennaio 2016


Agrumi, serve un rilancio senza «Tristeza»

“Da una parte ci sono gli imprevisti di stagione, come l'eccesso di frutti di pezzatura piccola, difficili da commercializzare e anche da destinare tutti alla trasformazione, perché troppi; dall'altra parte c’è una evidenza: va riscritto il piano agrumario, in chiave di investimenti finalizzati a individuare soluzioni per debellare il virus della Tristeza”. E’ la riflessione di Salvo Laudani, presidente di Fruitimprese Sicilia, di fronte all’ennesima annata critica per gli agrumi italiani.

La Tristeza, infatti, indebolisce in modo crescente le piante, che producono sempre peggio, fino ad arrivare alla morte. “Se a questo dato di fatto si aggiungono fattori stagionali critici, ci troviamo ad affrontare un'alternanza (quest'anno la situazione è opposta a quella della scorsa campagna, caratterizzata da scarsa produzione, ma simile a quella di due anni fa, ndr), che però si può prevedere e gestire. Come? Con adeguate tecniche agronomiche e un agrumeto sano”.

Il che significa fare investimenti adeguati: estirpare le piante ammalate per introdurre nuove cultivar che oggi permettono di estendere la finestra commerciale - perché possono arrivare tranquillamente fino a maggio - e impiegare portinnesti resistenti.

“In passato - osserva Laudani - il mondo produttivo si è accontentato di misure tampone più che di effettive soluzioni. Il rimedio momentaneo però non produce risultati efficaci contro la crisi. Perché, o c'è una buona politica che guarda alla riqualificazione delle superfici con un’operazione illuminata, oppure dovremo affrontare ancora e ancora la sovrapposizione di più problemi. Dei quali uno, la Tristeza appunto, è fisso e invariabile”.

“Possiamo affermare che nella maggior parte delle zone agrumicole siciliane - le province di Catania, Siracusa, Enna - la malattia è allo stato endemico. I numeri parlano chiaro, su 70.000 ettari di agrumi, limoni a parte, 46.000 sono contaminati; di questi, 37.000 in forma endemica e 9.000 in modo meno grave, di focolaio. Ciò significa che più della metà della produzione di arance, mandarini e mandarino-simili è colpito in forma endemica”.

L’agrumicoltura del futuro

“Le imprese poi non possono attendere i tempi della Regione – continua Laudani - In Sicilia abbiamo avuto cinque assessori all'Agricoltura in tre anni, il che certo non aiuta nella valutazione e comprensione dell’entità del problema e, di conseguenza, nella programmazione degli interventi. E intanto a Bruxelles pensano che nella nostra regione la malattia sia solo a livello di focolai!”.

Già, perché, se è emergenza, serve una soluzione con carattere di emergenza e poi misure – e risorse - con corridoi preferenziali: le aziende che decidono di investire devono avere attenzione e aiuti disponibili in tempi rapidi.

Insomma, è prima di tutto una questione di buonsenso: la Regione Sicilia non riesce a spendere tutti i soldi che l'Unione Europea le assegna, oppure deve restituirli come nel caso recente dei finanziamenti per il biologico. Siamo al paradosso.

"Oggi, immaginando l'agrumicoltura del futuro, abbiamo a disposizione nuovi portinnesti e varietà innovative che possono darci grandi prodotti, estremamente interessanti. Il nostro è un comparto nel quale, se si lavora bene, si possono ancora ottenere risultati soddisfacenti. Però, deve esserci la convergenza da parte di tutti".

“Per arrivare al cuore del problema – conclude Laudani – serve un piano a medio termine. Per semplificare gli interventi potremmo anche prevedere l’applicazione di costi standard, un modo semplice per attribuire valore al costo della riqualificazione. Poi, va anche ricordato che la situazione del vivaismo siciliano non è facile, perché l’offerta non è sufficiente a coprire gli ettari colpiti e, soprattutto, chi fornisce piante di agrumi non è nelle condizioni di garantirle virus-esenti”. Ma questa è un'altra storia.

Raffaella Quadretti
Editorial manager - Agroter Group
raffaella@agroter.net

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di Raffaella Quadretti

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