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Green deal, quale futuro per i produttori?

L'Europa scrive le sue strategie, che poi diventano anche le nostre. Ma dal palazzo della Commissione Europea di Bruxelles alla fascia trasformata di Ragusa, tanto per fare un esempio, non ci sono solo più di duemila chilometri. La distanza si misura anche nello scollamento tra le teoria e la realtà dei fatti.

Ma andiamo con ordine. A maggio la Commissione Europea ha pubblicato due strategie, Farm to Fork e Biodiversity, che sono alla base del Green new deal, l’ambizioso piano che nel 2050 consentirà all’Unione Europea di trasformarsi in un’economia pulita e circolare, grazie a una serie di interventi (e quindi miliardi di euro) in tutti settori produttivi, che faranno dell’Europa il primo continente a impatto zero.



La strategia “Farm to Fork”, ovvero, dal produttore al consumatore, da attuare entro il 2030, si pone degli obiettivi che impatteranno significativamente sul sistema agricolo europeo, e quindi italiano: portare l’agricoltura biologica dall’attuale 7,5% al 25% della superficie coltivata; ridurre l’utilizzo di agrofarmaci del 50%, la nutrizione delle piante tramite fertilizzanti del 20% e  prevedere che il 10% della superficie agricola sia dedicata a usi non produttivi.

Nulla da obiettare se vestiamo i panni del cittadino europeo che non si sporca le mani con la terra; da consumatori attenti all'ambiente potremmo sicuramente rivolgere un plauso ai nostri governanti che puntano dritto ad un sistema alimentare sostenibile e più sicuro, tanto per noi, quanto per le prossime generazioni. Ma gli agricoltori, che tra l’altro sono i diretti interessati di queste misure, cosa ne pensano? Sono pronti, nell’arco dei prossimi 10 anni, a triplicare le superfici investite a biologico e a dimezzare l’utilizzo di agrofarmaci e concimi?



Proviamo ad analizzare la situazione proprio dal biologico. L’Italia parte già da una posizione favorevole, in quanto circa il 15% della Sau nazionale, pari a 2 milioni di ettari, è coltivata in regime bio. Per quanto riguarda il numero di imprese del comparto la quota è nettamente inferiore, visto che le aziende agricole biologiche in Italia rappresentano il 4,5% delle aziende agricole totali. Ma quali sono le colture bio più significative? In prima posizione troviamo prati e pascoli con 540mila ettari, seguite dalle colture foraggere con quasi 400mila ettari, cereali con oltre 320mila ettari, olivo con 235mila ettari e la vite con 100mila ettari.

L’ortofrutta si ferma a 150mila ettari. Dai dati si nota come le colture foraggere la fanno da padrone. D’altro canto le possiamo definire specie biologiche per definizione, visto che non esigono particolari tecniche colturali. Anche olivo (molti dei quali non sono coltivati in maniera professionale) e cereali si prestano ad una coltivazione biologica, rispetto a colture poliannuali come la vite e diverse specie frutticole.

Da notare, inoltre, come il tasso di crescita delle superfici sia circa del 2% annuo. Secondo la strategia "Farm to fork", nei prossimi 10 anni dovremmo quasi raddoppiare la superficie destinata al bio, ed è evidente che occorre un deciso cambio di passo. Quale sarà il settore trainante? Di nuovo i foraggi? O i cereali? Che tocchi all’ortofrutta? In quest’ultimo caso le superfici dovrebbero più che raddoppiare per incidere sul totale... Ma soprattutto è conveniente per il mercato del biologico una crescita così tumultuosa? Senza considerare che il cambiamento climatico in atto rende molto complicato estendere la coltivazione biologica in aree non particolarmente vocate. Un boom di superfici e produzioni potrebbe compromettere il delicato equilibrio che regge il comparto. Non è questione di essere pessimisti o meno, ma l’obiettivo è a dir poco sfidante.



Discorso simile per gli agrofarmaci. Già negli ultimi anni l’utilizzo è calato notevolmente a favore di molecole più sostenibili (e più costose) anche grazie alle revoca di diversi principi attivi da parte dell’Unione Europea. Certamente la strada è quella di ridurre più possibile la chimica, non c’è dubbio, ma fare dei tagli lineari buttando lì delle percentuali che impressionino l’opinione pubblica dà l’idea di un approccio demagogico e poco scientifico. Un approccio fatto con il portafogli degli agricoltori.

Alcune malattie, tanto nell’integrato quanto nel bio, non sono controllabili senza trattamenti con agrofarmaci (funghi in particolare) e la revoca di alcuni principi attivi sta già creando diversi grattacapi ai produttori (Alternaria e maculatura del pero tanto per fare un esempio).

Infine, l’ultimo tema, forse il più importante. La sostenibilità dell'operazione e i rapporti con i Paesi extra Ue. Il Vecchio Continente si candida a produrre alimenti sempre più sostenibili, seguendo una chiara richiesta del consumatore: un trend tangibile che, tuttavia, porterà ad un inevitabile aumento dei costi di produzione. Davanti a questo contesto dettato dalle nuove strategie comunitarie, l'Ue proteggerà i produttori dai competitor stranieri che coltivano utilizzando standard ambientali più bassi?

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