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venerdì 24 febbraio 2017


Agrintesa, il Sudafrica, il contro-stagione e i kiwi

Continuano i viaggi conoscitivi all’estero organizzati dalla cooperativa Agrintesa con il supporto della Regione Emilia-Romagna e di Irecoop. Il titolo del progetto (“Modelli imprenditoriali a confronto”) è indicativo dello scopo di queste iniziative: fornire ai soci della cooperativa faentina l’opportunità di verificare il grado di sviluppo tecnico e organizzativo raggiunto dai principali Paesi a vocazione fruttiviticola, ma anche di individuare possibili partner in sinergie commerciali internazionali.

Dopo Cile, Israele, Turchia e Brasile, tra fine gennaio e inizio febbraio è stata la volta del Sudafrica, in particolare l’area più meridionale che si sviluppa attorno a Cape Town, la più intensamente coltivata, con specie temperate come quelle emiliano-romagnole; i produttori faentini hanno osservato da vicino sia il processo produttivo e gli standard agronomici degli impianti, sia il livello organizzativo delle imprese e il loro stato di innovazione.



Il Paese coltiva principalmente uva da tavola (circa 27mila ettari), melo (23mila) e poi pero (12mila), pesche e nettarine (10mila), susino cino-giapponese (5.200), albicocche (2.800 ha). Di notevole importanza il settore della viticoltura da vino, oggi in grado di muovere molti interessi sia di natura commerciale, sia di carattere enoturistico.

“La prima impressione – dice a Italiafruit News Ugo Palara, direttore tecnico di Agrintesa – è che siano molto bravi a sfruttare le limitanti condizioni pedologiche e climatiche in cui operano: i terreni sono piuttosto poveri, con bassa sostanza organica e franchi di coltivazione al limite del possibile; la luminosità è altissima e l’insolazione molto forte genera ingenti problemi di scottature ai frutti. La notevole ventosità impone invece il ricorso sia a strutture di protezione, come reti o frangivento, sia a sistemi di allevamento in cui la vegetazione riesce a essere trattenuta con legature, ancoraggi e così via. I frutticoltori sudafricani hanno saputo ottimizzare le tecniche di gestione del frutteto e ottenere performance produttive molto elevate, abbinate a una buona qualità. Forme di allevamento e portinnesti vigorosi sono specificamente pensati per il loro ambiente”.



“Nel caso di mele e pere – continua Palara – l’assetto varietale è relativamente simile a quello riscontrabile nel nostro Paese; le pere più diffuse sono Packam’s Triumph e Forelle (a buccia bicolore), seguite da William e Abate Fetel. Le varietà di melo più importanti sono Golden (con alcuni cloni precoci) e Gala, ma stanno crescendo Fuji, Pink Lady e altre varietà a buccia rossa. Per queste specie e, soprattutto, per il susino è interessante notare come negli ultimi anni il Sudafrica stia puntando su varietà selezionate da programmi di miglioramento genetico locali che fanno capo all’Arc, Agriculture research council, che è un istituto di ricerca paragonabile al nostro Cnr. La nuova pera Cheeky o le nuove susine della serie African, in valutazione anche in Italia, sono un esempio di questo importante lavoro di breeding”

“Le aziende sono generalmente di grandi dimensioni, dai 100 ai 400 ettari e oltre, e molto diversificate negli assetti colturali; è ancora frequente il modello misto con produzioni vegetali e zootecniche. Le piccole aziende non scendono sotto i 25 ettari di superficie. Quasi tutte hanno sviluppato la viticoltura e le più importanti sono fornite di stabilimenti di stoccaggio, lavorazione, confezionamento e spedizione della frutta, ma anche di cantina e linee di imbottigliamento. Praticamente inesistente il modello cooperativo, così come l’assistenza tecnica pubblica. Aspetto non secondario è quello dei costi della manodopera, estremamente ridotti rispetto agli standard italiani: un giorno di lavoro ha costi variabili tra 12 e 15 euro, a seconda delle mansioni”.



“Sta invece crescendo il settore vivaistico - aggiunge Palara – sia per qualità delle piante che per assortimento varietale e, parallelamente, lo sviluppo di controlli fitosanitari e certificazioni del materiale vegetale”.

“Gli standard qualitativi del prodotto immesso nei circuiti commerciali sono buoni – aggiunge Francesco Bassi, vicedirettore di Agrintesa – ma, per raggiungerli, si deve intervenire con processi di selezione molto accurata; le quote di prodotto che non arrivano a standard ottimali per l’esportazione sono piuttosto elevate; gli scarti avviati all’industria di trasformazione pure. In ogni caso, oltre la metà della produzione raccolta è destinata all’export. Principali destinazioni sono Unione Europea, in particolare il Regno Unito (che mantiene un specie di corsia preferenziale con il Sudafrica per motivi anche storici e culturali, ndr), ma crescono le destinazioni interne dell’Africa (verso i Paesi più ricchi che hanno il petrolio, ndr) e il Far East. Il reale e più importante vantaggio competitivo del Sudafrica è di essere l’unico Paese dell’Emisfero australe a disporre di un’ampia gamma di frutta fresca che può essere collocata facilmente in contro-stagione sui mercati internazionali, come avviene ora con le susine. Cile e Nuova Zelanda, ad esempio, hanno kiwi e mele ma meno pere, l’Argentina ha quasi esclusivamente pere”.



“Negli stabilimenti di lavorazione e condizionamento - continua il dirigente – il livello tecnologico è mediamente alto, simile ai migliori standard che si trovano in Italia; non a caso, le linee di lavorazione e le celle di stoccaggio sono perlopiù di fabbricazione europea. Il lavoro di selezione e packaging è molto accurato, in particolare per la merce avviata all’esportazione in Europa e in Estremo Oriente, ed è regolato secondo criteri e certificazioni di stampo internazionale”.

“Sicuramente – conclude Bassi – il Sudafrica è un Paese interessante dal punto di vista frutticolo, sia per le potenzialità che è in grado di esprimere, sia per il ruolo che ha nel contesto commerciale internazionale. Varrebbe la pena studiare forme di collaborazione futura tesa allo sviluppo di possibili sinergie. Un esempio per tutti: il kiwi è a malapena conosciuto; se ne coltivano pochissimi ettari e il consumo è irrilevante”. E noi, dopo la Cina, siamo i primi produttori al mondo.

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