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giovedì 21 marzo 2019


«Troppe polemiche e poco impegno, il bio soffre»

Troppe polemiche, il biologico ha bisogno di ben altro per non rischiare una perdita di appeal e l’inversione del trend ascendente: Fabrizio Piva, amministratore delegato del Ccpb interviene con decisione sulla battaglia a distanza tra sostenitori e non del settore, nel momento in cui è in discussione in Parlamento la prima legge quadro italiana sul bio. Un confronto vivace e aspro che prosegue ormai da mesi su vari temi collegati all’organic.
“Il bio continua a dimostrare di essere in buona salute sul piano commerciale perché incontra il favore dei consumatori ed incarna il bisogno di sostenibilità che emerge a tutti i livelli per calmierare il nostro impatto ambientale sul pianeta”, scrive Piva in uno degli ultimi editoriali apparsi sulla newsletter del Consorzio. “In Italia la crescita della domanda interna nel 2018, oltre l’8% sull’anno precedente, testimonia il desiderio che viene dal mercato e la capacità di un settore a corrispondere tale desiderio. Il Paese è ai primi posti a livello mondiale sia in termini di produzione e manifattura che di mercato, esportando oltre il 40% di quanto produce e trasforma”.



Eppure, puntualizza Piva, il settore è al centro di “stucchevoli” polemiche con “profusione di energie che sarebbero state meglio spese se indirizzate a colmare i gap tecnico-scientifici che, come attori del settore, non abbiamo mai nascosto o sottaciuto: servono più ricerca e sperimentazione allo scopo di migliorarne l’efficienza e la sostenibilità". Il biologico - aggiunge l’esponente Ccpb - deve tendere ad “aumentare la resa, a migliorare la qualità delle produzioni ottenute e a efficientare l’utilizzo degli input per unità produttiva”.

“Siamo consapevoli che anche il biologico è fatto di chimica ma di chimica buona sia per il nostro ambiente che per il nostro futuro”, prosegue Piva. “Certo, anche il biologico usa prodotti fitosanitari, è sufficiente sfogliare la normativa comunitaria; ma siamo altrettanto consapevoli si tratti di mezzi tecnici con un impatto ambientale ben più ridotto rispetto alla totalità dei mezzi tecnici ammessi in agricoltura”.




Poi, entrando nel dettaglio: “Se non miglioriamo le rese produttive - e se coloro che aprioristicamente criticano il biologico si impegnassero di più potremmo aumentarle - l’impronta carbonica per unità di prodotto sarà comunque peggiore di altre forme di agricoltura; ma l’impronta ecologica è composta anche da altri fattori di impatto, pensiamo all’eutrofizzazione, all’acidificazione, alla riduzione dell’ozono, alla teratogenicità o alla mutagenesi. Negli studi di Lca (Life Cycle Assessment) è necessario analizzare anche questi fattori di impatto, e probabilmente altri, per valutare la sostenibilità di un processo”.

Al sistema economico di un Paese - osserva Piva - non fa bene “sparlare di un settore che in Italia sta fornendo risposte a consumatori ed operatori; sarebbe il caso piuttosto di evidenziare gli aspetti da migliorare con l’obiettivo di dare risposte più concrete e sostenibili nel tempo”. Il biologico deve aprirsi maggiormente all’innovazione e porsi l’obiettivo di migliorare le sue performance, sostiene Piva, considerando anche la genetica e la genomica.

Da ultimo, l’Ad del Ccpb definisce “deludente” assistere alla polemica legata al fatto che il biologico non è indipendente perché il controllato paga il controllore: “In tutto il mondo la certificazione, anche quella regolamentata, è un servizio corrisposto da chi lo riceve ovvero l’operatore interessato; gli strumenti che garantiscono l’indipendenza dell’organismo di certificazione sono connaturati alla struttura stessa e ai criteri che esso deve rispettare in ambito internazionale, per i quali è puntualmente e regolarmente verificato dall’organismo di accreditamento, oltre che dalle autorità nazionali a seconda dei processi da certificare”. Insomma, conclude Piva, “siamo rimasti solo noi italiani, purtroppo anche all’interno del settore biologico, ad usare il tema del conflitto di interessi quale bastone contro gli organismi di certificazione. E questo squalifica l’intero settore sul piano internazionale”.

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