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martedì 28 maggio 2019


Cerasicoltura, i vantaggi dell'alta densità

L'innovazione la fa da padrona negli impianti cerasicoli delle province di Ferrara e Bologna, dove il 23 maggio si è svolto il terzo tour del ciliegio in occasione dell'International Cherry Symposium di Vignola (Modena). La novità riguarda i sistemi di allevamento ad alta o altissima densità del ciliegio, modello già all'avanguardia per il melo e il pero, ma ora sempre più di interesse per i cerasicoltori, in modo da conciliare le esigenze di una gestione economica ad una produzione di qualità. La giornata dedicata alle visite tecniche ha portato i partecipanti prima nella provincia di Ferrara, presso l'azienda sperimentale Salvi Vivai, qui l'introduzione del portinnesto nanizzante Gisela 5 ha consentito la creazione di impianti da oltre 6.000 piante ad ettaro. L'incontro è poi proseguito poi nell'azienda dell'Università di Bologna, dove i ricercatori stanno testando nuove forme d'allevamento, come il candelabro, ovvero una pianta con 3 assi principali, che permette di ottenere le performance di un impianto superfitto diminuendo però la densità di piantagione.

Con impianti moderni di questo tipo i produttori puntano a massimizzare la produzione garantendo comunque una qualità del prodotto elevata, a semplificare le operazioni colturali anche attraverso la meccanizzazione, a una gestione più economica degli impianti, e sempre con un occhio all'esigenza di proteggere il raccolto dalle principali avversità atmosferiche come pioggia e grandine, oltre  che da insetti patogeni particolarmente pericolosi come Drosphila suzukii.



In quest'ottica, l'azienda Salvi Vivai ha avviato nel 2014 un ceraseto sperimentale super intensivo con due diversi sesti d'impianto, uno da 6.600 piante a ettaro e uno da 3.300 piante a ettaro, avvalendosi del portinnesto nanizzante Gisela 5. Ben 14 varietà sono coltivate con Ferrovia, Kordia e Regina come punti di riferimento. La forma di allevamento ad asse colonnare ha portato allo sviluppo di una pianta che non superi i 2,5 metri di altezza, così da avere un frutteto "senza scale" che consente di effettuare tutte le operazioni colturali da terra e produce 12-15 tonnellate a ettaro. "Un impianto di questo tipo non dura più di 12-15 anni - ha spiegato Lorenzo Bergonzoni, ricercatore dell'Università di Bologna - Il principale vantaggio è la semplificazione delle operazioni colturali: una pianta produce 1,5-2 chilogrammi, e ciascun lavoratore riesce a raccogliere 20 chilogrammi all'ora, più del doppio rispetto a un impianto tradizionale. Anche i tempi di potatura risultano almeno la metà". Per quanto riguarda i costi, "investiamo in questo tipo di impianto 100.000 euro ad ettaro, in quello ad altissima densità, e il 25% in meno in quello ad alta densità. Dal secondo anno iniziamo a raccogliere, dal quinto anno in poi l'impianto diventa fruttifero e si inizia a guadagnare". Le varietà tardive Regina e Ferrovia sono quelle che si sono adattate meglio all'impianto, e se la gestione colturale rimane corretta nel corso degli anni, la redditività per il produttore è costante.



L'azienda dell'Università di Bologna sta invece sperimentando il sistema di allevamento a candelabro, con 1.200 piante a ettaro di varietà della serie Sweet che presentano vigore ridotto, sfruttando il portinnesto semi nanizzante Gisela 6, e sono divise in tre assi principali. Questa innovativa soluzione mette a disposizione una pianta a parete stretta che intercetta bene la luce e produce un frutto di qualità. "L'investimento è molto più basso rispetto a quello del vivaio Salvi, stiamo parlando di circa 50.000 euro per ettaro - argomenta Lorenzo Bergonzoni - La maggior parte delle piante al secondo anno avevano già i loro tre assi, e ognuno nei primi anni riesce a produrre due chilogrammi di frutti di elevata qualità. In 3-4 anni si raggiunge la piena produzione, ora resta da capire quanto può durare un impianto del genere. Il tentativo è la meccanizzazione, soprattutto la velocità di potatura, sotto questo aspetto la parete stretta si presta bene".

Forma di allevamento a candelabro nella varietà Sweet Marysa innestata su portinnesto Gisela 6

Tema ricorrente dopo le ultime ondate di maltempo che si sono abbattute in tutta Italia è il cracking, che va ad affiancarsi al problema crescente della Drosophila suzukii. Nel ceraseto di Salvi Vivai le reti multifunzionali, dotate di un doppio strato di rete nella parte superiore, racchiudono completamente gli alberi e impediscono l'ingresso dell'insetto patogeno ma non hanno impedito perdite anche del 90% delle varietà precoci. "Non possiamo fare altro che spendere 40-50.000 euro di reti - conclude Lorenzo Bergonzoni - dopo 3 mesi di siccità sono caduti 250 millimetri di acqua in un mese, con danni diretti ai frutti e anche alle radici delle piante". L'azienda dell'Università di Bologna adotta invece reti anti grandine e pioggia con costi notevolmente inferiori, che hanno risposto meglio agli eventi atmosferici ma rendono necessari ulteriori investimenti per i trattamenti fitosanitari contro la Drosophila suzukii. Verso il patogeno i produttori si sono mostrati ottimisti, ma la sensazione è che il problema sia destinato ad aggravarsi nel prossimo futuro.


Danni da cracking sul frutti della varietà Sweet Aryana innestata su portinnesto Gisela 6

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di Tommaso Santi

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