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giovedì 17 ottobre 2013


AL CONSUMATORE NON FAR SAPERE QUANTO È BUONA L’ETOSSICHINA (ESTERA) SULLE PERE …

La strana storia dell’Etossichina, un agrofarmaco revocato in Europa con decisione della Commissione del 3 marzo 2011, revocato in Italia e non più utilizzabile dagli operatori italiani dal 2/9/2012 ma presente sulle pere di provenienza Extra UE e da alcuni stati dell’UE (Spagna in testa) con residuo pari a 3,00 PPM.

L’Italia è uno dei principali produttori di pere e tra queste alcune varietà hanno periodi di commercializzazione che possono arrivare fino alla primavera successiva alla raccolta (in particolare Abate, Conference, Williams). Per evitare che durante il periodo di frigoconservazione insorgano problemi causati da “riscaldo superficiale e molle” (una fisiopatia che si manifesta durante la frigoconservazione) fino all’anno scorso è stata usata l’etossichina, praticamente in tutto il mondo.
Nell’ambito della Revisione Europea degli agrofarmaci in tutta Europa questa sostanza è stata revocata con decisione della Commissione del 3 marzo 2011. In Italia la molecola è stata revocata il 3/9/2011 ed il suo uso è stato definitivamente sospeso dal 2/9/2012.
Il percorso normativo e la storia della molecola si trova su Fitorev: http://fitorev.imagelinenetwork.com/sostanza-attiva/Etossichina/387

“Molto bene, una molecola chimica in meno nel piatto degli italiani” diranno in molti. E invece no!
Chiunque di noi può trovarsi pere di provenienza estera (anche da alcuni stati Europei) con residui pari a 3,00 PPM: lo prevede il Regolamento (CE) n. 149 – 2008 che ha fissato i livelli massimi di residui di agrofarmaci per i prodotti agroalimentari.
La cosa “singolare” è che questo limite di 3 PPM è fissato solo sulle pere mentre per tutte le altre colture è stato previsto un residuo di 0,05 (il limite inferiore di determinazione analitica).
Ma perché per le pere c’è un limite di 60 volte superiore rispetto a quello di altri alimenti?
E… perché una sostanza attiva revocata in tutta Europa può essere ancora impiegata in Spagna? Non si tratta forse di concorrenza sleale?

Ovviamente esistono anche altri preparati che possono essere usati per prevenire il riscaldo (ne abbiamo parlato quima, secondo alcuni operatori commerciali, sono più difficili da impiegare in quanto per esplicare la loro attività i frutti dovrebbero essere trattati e messi in cella frigorifera al massimo entro 3 giorni dalla raccolta (anche se in etichetta vengono indicati 7 giorni). Inoltre, se usati correttamente, bloccherebbero la maturazione in modo repentino e duraturo dalla raccolta fino a febbraio (sono molto efficaci…) rendendo difficile la commercializzazione delle pere in autunno-inverno, quando la frutta risulterebbe troppo verde e legnosa.
Alcuni effetti si avrebbero anche dall’uso di estratti di chiodo di garofano o olio di pompelmo ma… la sperimentazione è ancora poca.

E in questa complessità normativa chi si avvantaggia?
Ovviamente chi produce pere al di fuori dall’Europa e quei paesi europei che non hanno ancora recepito la normativa.
E chi ci rimette?
Gli agricoltori e gli operatori italiani che devono combattere con armi diverse, più complicate.
E chi viene preso in giro?
Il consumatore. Che potrà mangiarsi pere di provenienza spagnola o extra europea con contenuti di Etossichina 60 volte superiori al limite inferiore di determinazione analitica e molte volte non viene messo in grado di scegliere il prodotto italiano.
Evviva la complessità!

Ivano Valmori
AgroNotizie


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