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mercoledì 1 agosto 2018


Angurie, tra falsi miti e nuove opportunità

Che ruolo gioca l’anguria nel mercato italiano e quali sono i possibili sviluppi in questo settore? Per fare il punto sui futuri trend, ieri nella stazione di ricerca Nunhems di Sant’Agata Bolognese si è tenuto un forum dedicato proprio all’anguria.
Stefano Carducci, country sales manager Italy, e Juan Sastre Ferrus, senior crop sales manager angurie, hanno introdotto i lavori ricordando come la ditta sementiera – che a breve passerà dal controllo di Bayer a quello di Basf - si occupi di angurie da più di 20 anni, tanto che questa coltura per giro d’affari figura tra le prime cinque del mercato mondiale della società. Nunhems è anche leader in Europa per le mini nere senza seme.



I dati di Cso Italy di Ferrara, illustrati dal direttore Elisa Macchi, hanno inquadrato il settore: in Italia sono quasi 13mila gli ettari dedicati alla coltivazione di angurie (con il Centro-Sud che ne concentra quasi 7.330, mentre Nord e Isole si spartiscono quasi equamente gli altri seimila) da cui si ottengono 571mila tonnellate (354.000 ton al Centro-Sud e circa 133mila al Nord).
Gli acquisti delle famiglie italiane registrano un trend in aumento, più marcato nell’ultimo triennio. Nel 2017 sono stati più di 382mila tonnellate, nonostante un prezzo al dettaglio in crescita. “Evidentemente, l’innovazione introdotta è stata premiata”, ha commentato Macchi.

I consumi, dunque, sono in crescita, ma possono aumentare ancora? L’indice di penetrazione delle famiglie italiane – superiore all’80% al Centro, nel Nord-Est e al Sud più Isole - dimostra che c’è ancora un 20% circa che può avvicinarsi a questo frutto. Ancora di più nel Nord-Ovest che si ferma al 52%. Senza dimenticare che, se nelle regioni del Sud ogni cittadino compra 8 chili l’anno, al Nord si ferma a 4 chili. E che alcune regioni grandi produttrici (quali l’Emilia-Romagna e la Lombardia) non sono grandi consumatrici, quindi si può lavorare meglio anche sulla comunicazione.



Il 32% degli acquisti è fatto al supermercato e il 29% nel dettaglio specializzato. “Forse - ha commentato il direttore del Cso Italy - la crescita del dettaglio è anche dovuta alla maggiore consapevolezza del consumatore che nel punto vendita cerca un aiuto e un consiglio”.



Un altro aspetto sottolineato da Macchi riguarda il numero di referenze introdotte: nel 2008 il 55% delle angurie apparteneva alla tipologia Crimson, mentre il 24% era composto da mini. L’anno scorso le Crimson erano ridimensionate (al 31%) e le mini salite al 41%. “Una maggiore segmentazione che corrisponde all’aumento dei consumi”.



L’Italia esporta soprattutto in Germania (quasi 91mila ton nel 2017), Polonia (33mila) e Francia (15.500). Il 93% delle esportazioni, comunque, resta nei Paesi dell’Unione europea. Il che può rappresentare anche nuove possibilità, visto che stanno aumentando anche le importazioni da parte della stessa Ue.
Un dato confermato dal consumo pro-capite apparente: se il cittadino spagnolo consuma 10 kg, in Italia si scende a 7 kg, ed è confortante vedere come in Germania non si arrivi ai 5 chili/persona, nel Nord Europa in generale ci si fermi sui 3,6 e in Francia non si arriva ai 3 chili.

Roberto Della Casa
, docente dell’Università di Bologna e managing director di Agroter, ha presentato i dati relativi al percepito degli italiani, frutto di un’indagine del Monitor Ortofrutta su tremila responsabili acquisto, un terzo dei rappresentanti delle famiglie italiane, suddivisi per singola regione.
Intanto, quasi la metà del campione (47,9%) dichiara di mangiare angurie e, in particolare, di mangiarle quando è caldo (18,9%).
Nell'analisi per classi d'età risulta evidente come i giovani, in controtendenza rispetto a quanto accade con il resto della frutta fresca, mangino più angurie dei senior, mentre al Sud se ne consumino più spesso che al Nord: 58%, con Puglia e Calabria che vanno oltre il 60%.
“Al Nord il consumo è più occasionale, al Sud più strutturato – ha detto Della Casa – Quindi al Nord ci sono più possibilità di sviluppo”.



Spicca, poi, la preferenza per le midi (3-5 chili), indicate dal 53,3% degli intervistati, ma anche le fette (20,1%). Le maxi piacciono ai giovani per il cosiddetto “fattore convivialità” e, ovviamente, per tradizione ai consumatori del Sud, decisamente in controtendenza rispetto al resto del Paese. Al Nord, invece, cresce l'acquisto di angurie a fette e mini.

Ma “più sono grandi e più le angurie sono buone?”. Con questa domanda trabocchetto il Monitor Ortofrutta di Agroter sfata il mito legato alle angurie grandi. Perché il 60% del campione risponde che non è vero, mentre chi è “molto o abbastanza d'accordo” passa dal 28,6% del Nord al 36,2% del Sud. Anche i giovani, nonostante dichiarino di comprare più spesso le maxi, non sono d'accordo: ecco che il fattore gusto si contrappone al fattore convivialità. Mentre resta aperta la questione “presenza/assenza di semi”, considerata discriminante dal 43% del campione contro un 55% che non lo ritiene importante.
Il fattore che più influenza l’acquisto di angurie è l’aspettativa di gusto: così ha risposto il 49,5% dei responsabili acquisto, che stacca il fattore prezzo del 37%. Anche la risposta dimensione/peso è scelta dal 18,6% in un’ottica, sempre più considerata, di evitare gli sprechi. “Secondo questi dati – ha osservato Della Casa – la pressione promozionale sulle angurie è ingiustificata. Al contrario di quanto accade per altre categorie di prodotto, per il consumatore il prezzo non è così rilevante”.

Il riacquisto non dipende dal punto vendita, perché non viene percepito come garante di qualità e forse considerato discontinuo nell’offerta. In più, il consumatore si fida ancora della propria capacità di scelta (quando il gusto è stato in linea con le mie aspettative raggiunge quasi il 50%; solo se riesco a trovarne una come dico io, sostiene il 29,2%). Anche in questo caso, solo il 17,8% ragiona sul prezzo. Altre discriminanti d’acquisto: ai giovani piace l’anguria seedless, agli anziani quella piccola.
Infine, il consumatore trova molto e abbastanza interessanti: le indicazioni su origine e tracciabilità (51% + 39%), dolcezza garantita con formula “soddisfatti&rimborsati” (45% + 36%) e che l’anguria provenga da aree Dop e Igp (44% + 43%). Sorprende negativamente, ma lasciando ampi margini, che l’anguria sia considerata una commodity. Con alcuni accessori/gadget che potrebbero valorizzarla (esempio, il portanguria, il coltellino per tagliarla a palline, ecc.) e farla diventare speciality.


 
Roberto Della Casa ha concluso sottolineando due ultimi dati: intanto, se fosse sempre presente l’anguria di alta qualità, il consumatore sarebbe disposto ad acquistarla sempre (12,4%). E poi, i negozi di piccole dimensioni (300-400 metri quadrati, che in Italia sono 40mila) negli ultimi cinque anni hanno segmentato fino a tre referenze (+200%), come i negozi di grandi dimensioni. In più, non può essere trascurata l’incidenza delle mini sulle vendite a valore: dal 7 al 32% a seconda dell’insegna.



La tavola rotonda animata dalle domande provocatorie di Roberto Della Casa, ha visto protagonisti, insieme ad Elisa Macchi, Walter Benelli dell’Agricola Don Camillo, Carmelo Carriero, responsabile freschi di Unes, e Claudia Iannarella, produce chain manager di Nunhems. Tanti gli spunti, ma tra tutti: la qualità costante, la distintività, la concorrenza spagnola da affrontare in modo coordinato (e aggregato) e, magari, sviluppando progetti. Di aggregazione, di marca, di innovazione. Progetti per i quali Nunhems si propone partner affidabile per produttori e distributori.

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