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lunedì 3 maggio 2021


Cambiamenti climatici, da minaccia a opportunità

Il clima condizionerà sempre più l'ortofrutta: lo farà ovviamente nella coltivazione e, di certo, influenzerà le scelte dei consumatori, ma potrebbe presto riflettersi anche in un aumento dei costi delle movimentazioni da e verso Paesi lontani. Tre spunti di riflessioni emersi durante la diretta di venerdì scorso con il climatologo Luca Mercalli (clicca qui per l'approfondimento), tre scenari che dovrebbero farci pensare immediatamente a nuove strategie.

Ora ci troviamo a fare i conti con l’effetto delle gelate primaverili, però il fenomeno - e il vero nodo da affrontare - è strettamente legato al riscaldamento globale. Ci siamo tutti concentrati sul freddo, ma Mercalli ci ha mostrato come le temperature si stiano alzando e dobbiamo aspettarci un ulteriore aumento: avremo estati tendenzialmente più calde e siccitose, temperature medie annuali più elevate e poi raffreddamenti repentini, originati proprio dal riscaldamento globale, che si alterneranno a questo caldo anomalo.



L’aumento della temperatura può essere una straordinaria opportunità per incrementare i consumi di ortofrutta a patto di saper gestire al meglio le risorse idriche, soprattutto d’estate. Ma la produzione andrà difesa soprattutto dai fenomeni estremi: se gli strumenti per ridurre gli effetti delle gelate su gemme, fiori e frutticini paiono poco efficaci, sono soprattutto le soluzioni tecnologiche che possono condizionare lo sviluppo delle piante, magari ritardandolo quando serve, questa è la vera frontiera. Il problema, però, è che sono gli inverni caldi ad accelerare lo stadio fenologico degli alberi da frutto, così le gelate primaverili – fenomeno tutto sommato normale – oggi causano gravi danni.

Il clima può essere un alleato del nostro settore, così come una temibile spada di Damocle. Le varietà belle e produttive piacciono, per carità, ma la corsa alla prestazione potrebbe essere arrivata vicina al capolinea, così come la precocità: se non ci si orienta verso tipologie di frutti su cui sia possibile intervenire per rallentare il ciclo fenologico, oppure che siano più sensibili al fotoperiodo che al termoperiodo, il caldo anomalo rischia di compromettere irrimediabilmente le produzioni. Nuove varietà o tecniche agronomiche che permettano ai frutteti di valicare la zona a rischio gelo appaiono indispensabili. La vera innovazione è tenere conto degli scenari tratteggiati da Luca Mercalli: se mettiamo a dimora un frutteto oggi dobbiamo pensare al clima che ci sarà tra dieci anni.



Le politiche di contrasto ai cambiamenti climatici potrebbero poi ridisegnare i confini della globalizzazione, con interventi – come una nuova tassazione sulle emissioni di carbonio – che potrebbero valorizzare canali corti piuttosto che le rotte commerciali intercontinentali. Ciò non vuol dire che domani mattina dovremo smettere di esportare oltremare, figuriamoci, ma che gli sforzi sul lungo periodo dovranno essere indirizzati a riconquistare il mercato tedesco piuttosto che sperare di poter colonizzare il Vietnam.

Anche le emissioni che si nascondono dietro un frutto – coltivato in Italia o importato dal Sud America – saranno un altro volto della sostenibilità. Su cui sarà necessario ragionare sempre più in ottica scientifica, guardando all'intero ciclo di vita di un prodotto (o di un imballaggio), anche quando parliamo di sprechi. Se riavvolgiamo il nastro, cinque anni fa si parlava di carta e cartone come materiali da mettere all'indice perché distruggevano le foreste, ora sono visti come la vera alternativa alla plastica che soffoca il mare. Generalizzazioni che, sull'onda emotiva, cambiano nel giro di pochissimo tempo il sentiment dei consumatori su basi scientifiche a dir poco traballanti. La verità è che ogni applicazione nella filiera fa storia a sé e per fare il bene del pianeta, oltreché il nostro tornaconto, servirebbe più scienza e meno moda, come Mercalli ci ha fatto intendere. Meditate gente, meditate.

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Roberto Della Casa
Publisher Representative
roberto@italiafruit.net

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