Dal campo
Maltempo, scenario critico: “Produzioni azzerate, tentiamo di salvare il salvabile”
La stagione estiva è già compromessa: fioriture distrutte, serre danneggiate e semine bloccate

Il Sud Italia continua a pagare un prezzo altissimo al maltempo. Dopo il ciclone Harry, che ha devastato Sicilia, Sardegna e Calabria, i principali areali produttivi del Mezzogiorno sono stati messi letteralmente KO da ulteriori ondate di eventi meteorologici estremi. Grandine, vento e piogge torrenziali hanno compromesso coltivazioni già vulnerabili, trasformando una stagione promettente in un incubo per gli agricoltori locali. Un caso emblematico è la Conca d’Oro di Palermo, storica culla della produzione di nespole siciliane e anche di frutta tropicale, come le banane. Qui, il maltempo ha messo a dura prova aziende che da decenni danno lustro al territorio e alle eccellenze ortofrutticole siciliane.

A raccontare la situazione è Paolo Marcenò, presidente della Cooperativa Valle dell’Oreto, realtà attiva sin dagli anni ’30 nella coltivazione di nespole, banane e ortaggi. “La conta dei danni è dolorosa – spiega Marcenò –. Dopo Harry, ulteriori ondate di maltempo hanno peggiorato una situazione già drammatica. I nostri nespoli erano tutti in piena fioritura, e non è rimasto più un fiore; in alcune aree la produzione è stata azzerata. Per le banane, oltre 500 piante danneggiate e serre scoperchiate. E non possiamo nemmeno procedere con le semine che avevamo programmato: il danno produttivo si unisce a quello strutturale”.

Marcenò descrive una situazione di stress agricolo acuto, con infrastrutture compromesse e terreni impraticabili: “Le serre sono divelte, le coperture strappate dal vento. La stagione estiva si presenta compromessa: lattughe, cime di rapa, mandarini di Ciaculli e carciofi sono stati distrutti dalla grandine. Proviamo a salvare il salvabile, ma la situazione è critica”.

Il quadro che emerge dalla Conca d’Oro è emblematico: la combinazione di eventi estremi non solo compromette la produzione immediata, ma minaccia la continuità delle coltivazioni storiche, mettendo a rischio un patrimonio agricolo unico.





