Dal campo
Melone, l’Europa resta stabile ma il 2026 si gioca nel cercare valore in un quadro di forti criticità produttive
In Italia il comparto guarda alla stagione con cautela, soprattutto nel periodo tardivo in campo aperto

Il melone europeo si avvia alla campagna 2026 in un quadro di sostanziale stabilità ma con equilibri sempre più delicati. Se da un lato non si intravedono scossoni particolari sul fronte del mercato, dall’altro la crescita produttiva continua a essere frenata da fattori ormai strutturali: cambiamento climatico, scarsità idrica, aumento del costo della manodopera, difficoltà nella difesa fitosanitaria e rincari energetici. In questo contesto, la partita si gioca sempre meno sull’espansione delle superfici e sempre più sulla capacità di creare valore attraverso genetica, rese, tenuta agronomica e affidabilità dell’offerta. Uno scenario che riguarda tutta Europa, ma che assume contorni particolarmente rilevanti in Italia, dove alle incognite generali si affiancano segnali di fiducia in alcuni areali e una rinnovata attenzione del mercato verso l’origine nazionale.
Europa stabile, ma la crescita si ferma davanti ai nodi strutturali
A delineare il quadro generale è Simona Parenti, Account Manager anguria e melone Nord Italia di BASF | Nunhems, secondo cui il mercato europeo del melone nel 2026 dovrebbe mantenersi su livelli sostanzialmente stabili. “Il mercato europeo del melone per questa campagna rimane pressoché stabile. Il cambiamento climatico, la scarsità d’acqua e l’inflazione del costo della manodopera stanno però limitando la crescita delle superfici. Mentre l’Europa dell’Est e il Medio Oriente continuano a registrare un’espansione, nei Paesi dell’Europa occidentale, come Spagna, Francia e Italia, la creazione di valore si ricerca sempre più in varietà dotate di un pacchetto completo di resistenze e nella massimizzazione dei raccolti, più che nell’aumento degli ettari coltivati”.

Sul fronte spagnolo, principale competitor dell’Italia, sembrano emergere i primi segnali di una leggera flessione produttiva. A evidenziarlo è Paco Borràs, International Expert di IFN: “In Spagna, ad Almería, Murcia, Valencia e La Mancha, quest'anno la produzione di angurie è inferiore di circa il 10% rispetto all'anno scorso”.
Guardando più da vicino all’Italia, Parenti conferma un quadro a due velocità: da una parte una moderata crescita nelle produzioni più protette, dall’altra molta cautela sulle scelte tardive, appesantite da una combinazione di criticità tecniche ed economiche. “Per quanto riguarda l’Italia si prospetta una lieve crescita delle superfici in serra e tunnellino e una grande incertezza nella scelta varietale nei trapianti tardivi – evidenzia la Parenti –. Complice la mancanza di manodopera, la ridotta disponibilità di principi attivi, le incognite climatiche e anche il costo del gasolio agricolo, che in alcune zone sta subendo rincari superiori al 20-30%, il rischio è quello di compromettere la sostenibilità economica di molte aziende, già messe sotto pressione da difficoltà ormai ben note”.
In questo quadro complesso, accanto agli elementi di prudenza, non mancano però segnali di fiducia da parte di chi vede ancora margini di sviluppo per il comparto, a condizione di puntare su programmazione, qualità e relazioni commerciali solide.
Italia tra prudenza sui tardivi e segnali di fiducia
A sottolineare gli elementi di fiducia è Bruno Francescon, presidente di AOP MantuaFruit, che rivendica una chiusura positiva della scorsa stagione per la propria realtà e spiega le ragioni dell’espansione in corso: “La scorsa campagna non si è chiusa bene per diverse aziende, mentre per noi il bilancio è stato positivo, grazie alla nostra struttura commerciale, al valore dell’Igp e al lavoro di fidelizzazione costruito nel tempo. È anche per questo che quest’anno registriamo una crescita delle superfici intorno al 10%, in quasi tutti gli areali di nostra competenza, a partire dal Mantovano, ma anche nel Centro Italia. A maggio, inoltre, abbiamo attivato nuovi accordi che ci consentono di crescere anche nel Centro-Sud. Noi continuiamo a credere nel melone: quando il prodotto è di buona qualità e viene programmato e gestito con cognizione di causa, il mercato risponde sempre”.

Secondo Francescon, a rafforzare questo scenario contribuisce anche un ritorno di attenzione verso l’origine italiana da parte della distribuzione estera, in particolare del Nord Europa. “Stiamo riscontrando anche un rinnovato interesse per l’Italia da parte del Nord Europa. Alcune catene sono tornate nei nostri areali per programmare intere campagne, e non solo più come alternativa “tappabuchi” alla Spagna. Negli ultimi anni anche gli spagnoli hanno dovuto fare i conti con diversi problemi: non esiste più un’area dove tutto va sempre bene e questo ha riportato l’Italia al centro dei programmi, come Paese affidabile su cui costruire produzioni e forniture. Anche per questo guardiamo alla stagione con fiducia”.
Il ritorno dell’interesse estero e il ruolo dell’origine italiana
Sul piano produttivo, però, il quadro resta condizionato dalle variabili climatiche, a partire dal leggero ritardo con cui si presenta la campagna italiana. “Lo scorso anno abbiamo avuto alcuni problemi fitosanitari legati al meteo e speriamo che quest’anno il clima sia più favorevole. La campagna italiana parte con un leggero ritardo: le produzioni più importanti arriveranno solo tra fine aprile e inizio maggio, soprattutto per effetto del meteo avverso in Sicilia, dove c’è anche il rischio di qualche accavallamento nei trapianti. Nel Nord, invece, i trapianti sono partiti e al momento non si registrano particolari criticità. A livello varietale non vedo cambiamenti significativi: il retato continua a rappresentare circa l’80% della nostra produzione, mentre il liscio resta attorno al 20%”.
Lo stesso Francescon, nella veste di presidente del Consorzio del Melone Mantovano Igp, richiama poi il ruolo sempre più centrale del prodotto certificato, che negli ultimi anni ha rafforzato la propria riconoscibilità sul mercato. “Il Melone Mantovano Igp si sta confermando un prodotto molto apprezzato e riconosciuto dal mercato, con crescite a doppia cifra anno dopo anno. Per consolidare ulteriormente questo percorso, stiamo definendo un piano marketing ambizioso, che presenteremo più avanti”.
Mercato iniziale, Sicilia e Mantovano: gli equilibri della prima fase
Se sul fronte della programmazione emergono segnali incoraggianti, nella fase iniziale della campagna resta comunque decisivo il comportamento del mercato, soprattutto nel passaggio tra prodotto importato e offerta nazionale. Francesca Nadalini, vicepresidente di Op Sermide Ortofruit, evidenzia come marzo e inizio aprile siano stati segnati soprattutto dal peso delle produzioni nordafricane, in un contesto non privo di discontinuità. “Tra marzo e l’inizio di aprile il mercato è stato soprattutto appannaggio delle produzioni nordafricane, che quest’anno hanno mostrato una certa altalenanza sia sul fronte delle forniture sia su quello qualitativo, con prezzi arrivati anche su livelli sostenuti. Anche il passaggio alla produzione siciliana non si presenterà semplice, perché durante le fasi di allegagione il meteo non è stato favorevole. Per quanto riguarda invece il Mantovano, l’avvio dei trapianti è stato regolare e ciò che conta davvero, adesso, è avere bel tempo nella fase di allegagione”.

Sul piano delle superfici, Nadalini descrive una crescita contenuta sotto serra e una linea più prudente sul pieno campo, dove pesano non solo le incognite climatiche ma anche quelle organizzative. “Dal lato produttivo prevediamo piccoli incrementi per il prodotto in serra, nell’ordine del 5-7%, soprattutto sul primo ciclo, che matura dal 15 maggio fino al 15-20 giugno, mentre con il melone liscio Honey Moon allungheremo la raccolta sotto serra fino a metà luglio per garantire un miglior standard produttivo. Sul campo aperto, invece, prevale una maggiore prudenza e andremo sostanzialmente a confermare le superfici degli ultimi anni. Pesano sia le incognite climatiche sia quelle organizzative, a partire dal tema della carenza di manodopera. Il rischio, infatti, è aumentare le superfici senza poi riuscire a seguirle come si deve; per questo oggi conviene concentrarsi sull’efficienza e sulla resa per ettaro”.
Tardivi osservati speciali tra fitopatie, manodopera e costi
Una prudenza che emerge anche nelle valutazioni di Ettore Cagna, presidente di Agricola Don Camillo, secondo cui la parte tardiva della campagna continua a essere quella più esposta ai dubbi degli operatori, soprattutto al Nord. “Fare previsioni su questa campagna non è semplice, anche perché sul tardivo c’è molta titubanza, soprattutto negli areali del Nord Italia, dopo una chiusura di stagione non particolarmente brillante. A incidere sono diversi fattori: le criticità fitopatologiche, la mancanza ormai cronica di principi attivi, che nelle zone più umide pesa ancora di più e rappresenta un limite importante, soprattutto in pieno campo, condizionando in modo forte l’esito della coltivazione”.

A rendere ancora più delicata la programmazione concorrono poi gli elementi strutturali che da anni gravano sulle scelte delle imprese. “A questo si aggiungono i dubbi, ormai strutturali, legati alla manodopera e, non da ultimo, l’aumento dei costi energetici, quindi anche del gasolio. Tutti elementi che inevitabilmente influenzano le scelte di trapianto e rendono più prudente l’approccio delle aziende”.
Nel caso di Agricola Don Camillo, la linea scelta è quella della sostanziale continuità, con qualche apertura in più sulle varietà più recenti. “Per quanto ci riguarda, nella programmazione del melone restiamo sostanzialmente stabili rispetto allo scorso anno, con una lieve crescita sulle varietà più nuove. In questo momento stiamo trapiantando tutte le settimane e andremo avanti fino alla 26ª settimana, quindi fino a fine giugno. Si tratta di produzioni che matureranno tra il 15-20 agosto e la prima metà di settembre”. (lg)





