PAC, cambiarla, Sì. Frammentarla, in 27 politiche agricole, No

Paolo De Castro mette in luce i punti critici della nuova proposta: “Il rischio è smontare una politica costruita in sessant’anni”

PAC, cambiarla, Sì. Frammentarla, in 27 politiche agricole, No

La discussione sulla futura Politica agricola comune non è un esercizio tecnico di bilancio, ma una prova di tenuta per una delle politiche fondative dell'Unione europea. Da oltre sessant'anni la PAC garantisce regole condivise, strumenti comuni, sicurezza alimentare e condizioni di concorrenza equilibrate tra produttori di Paesi diversi. Oggi quell'impianto rischia una frattura profonda.

La proposta in discussione va corretta alla radice, perché scarica sugli Stati membri la costruzione di pezzi sempre più rilevanti della politica agricola, a partire dagli strumenti di mercato e dall'OCM. È la strada della rinazionalizzazione: non più una politica agricola comune, ma ventisette politiche parallele, con regole, priorità e capacità di spesa diverse da Paese a Paese.

Proprio ciò che l'Europa dovrebbe evitare. In un mercato unico, la disomogeneità delle regole non è mai neutrale: si traduce in concorrenza sleale tra Stati, squilibri tra imprese, filiere spaccate. Il rischio è massimo nei comparti più organizzati, come l'ortofrutta, dove l'OCM ha permesso di rafforzare le organizzazioni dei produttori, finanziare i programmi operativi, sostenere investimenti, innovazione, aggregazione dell'offerta e gestione delle crisi. Lasciare che ogni Stato membro si costruisca un'OCM su misura significa smontare pezzo per pezzo ciò che finora ha funzionato.

L'ortofrutta italiana ed europea non ha bisogno di meno Europa, ma di un'Europa capace di sostenere davvero la competitività, contenere la volatilità dei mercati, rispondere al cambiamento climatico e proteggere il reddito delle imprese. Sono le filiere più esposte a pagare il conto più salato quando mancano gli strumenti comuni.

A questo si aggiunge un nodo di metodo, non meno rilevante di quello finanziario. Troppo spesso, negli ultimi anni, la Commissione ha imposto obiettivi senza costruire il consenso necessario per realizzarli davvero. La transizione ambientale resta indispensabile, ma non può essere calata dall'alto: va condivisa con chi la deve attuare ogni giorno nei campi. Gli agricoltori non sono un problema da arginare, sono parte della soluzione. E senza sostenibilità economica non c'è sostenibilità ambientale che tenga: senza reddito non ci sono innovazione, ricambio generazionale, presidio del territorio.

Non meno seria è l'ipotesi di far confluire la PAC in un fondo unico nazionale, che la metterebbe in competizione diretta con altre politiche, privandola di una dotazione certa. Sarebbe un errore strategico proprio ora che guerre, crisi energetiche, instabilità commerciali e clima hanno riportato la sicurezza alimentare al centro dell'agenda europea.

Il negoziato che si apre sarà decisivo, ma nulla è ancora scritto: non è il momento di gettare la spugna. Serve una pressione forte, a partire dal Parlamento europeo, per correggere il regolamento e impedire che la PAC si disperda in tanti rivoli nazionali. Deve cambiare, questo sì: semplificarsi, sostenere l'innovazione, premiare chi investe, accompagnare le imprese nella transizione, rafforzare gli strumenti di mercato. Ma senza perdere la sua natura comune. 
Smontarla oggi sarebbe un errore che pagheremmo per molti anni a venire. (fp)