Sostenibilità
PPWR, per l'ortofrutta può essere un’opportunità, ma i produttori possono e devono evitare obblighi non loro
Claudio Dall’Agata, Bestack: “Per il PPWR il fabbricante, chiamato a redigere la dichiarazione di conformità, è il titolare del marchio”. Per la MDD, quindi, il retailer. Dalla Germania arrivano già segnali di possibili pressioni sui produttori

Il PPWR non è esploso il 13 agosto, ma sarebbe un errore leggerlo come una norma senza impatto. Il regolamento europeo sugli imballaggi non porta solo nuovi obblighi tecnici: ridisegna responsabilità, documenti, rapporti commerciali e margini di trattativa dentro la filiera ortofrutticola. In altre parole, non si tratta solo di scegliere il materiale di imballaggio giusto o migliore, ma di sapere chi deve rispondere e di cosa. E chi arriva impreparato rischia di pagare anche oneri che non gli competono.
Ne abbiamo parlato con Claudio Dall’Agata, direttore di Bestack, il consorzio dei produttori di imballaggi di cartone ondulato per l’ortofrutta, che con il PPWR Help Desk risponde settimanalmente ai dubbi, richieste e preoccupazioni delle imprese.
“Il 12 agosto ha segnato l’inizio dell’applicazione del PPWR; tanto è stato l’interesse della filiera ma mancano ancora alcuni passaggi importanti. Le regole generali sono chiare così come le attribuzioni di responsabilità ma serve maggiore analiticità e ripetitività nelle diverse analisi da fare, specie per i materiali a contatto con gli alimenti. Poi manca ancora la designazione nazionale dell’organo di controllo e delle relative sanzioni che dovrà avvenire al massimo entro il 12 febbraio 2027”.

Il secondo punto riguarda il calendario. “La normativa è ancora, per certi versi, work in progress, perché diverse misure entreranno in applicazione in tempi differenti, così come è ancora in campo la trattativa sulle deroghe eventuali, che si auspica non sia vessatoria per la produzione italiana. Per esempio, entro il 12 febbraio 2028, le etichette adesive applicate direttamente a frutta e verdura dovranno essere compatibili con il compostaggio industriale. Sempre entro quella data, negli imballaggi di vendita lo spazio vuoto dovrà essere ridotto al minimo necessario alla protezione e funzionalità del prodotto”.
Per questo per Dall’Agata è preferibile attrezzarsi piuttosto che sperare in un ribaltamento dell’impianto normativo, anche perché chi oggi rispetta già quanto previsto dalle norme è preferito dalla Gdo semplicemente perché gli leva un peso di responsabilità. “La situazione è in divenire, non c’è dubbio. Molti aspetti cruciali devono essere ancora definiti e si attendono aggiornamenti dall’Ue. Ma credo sia molto rischioso affidarci all’ultimo cavillo, escamotage o deroga per bypassare la norma. Si rischia di buttarsi dall’aereo sperando che qualcuno ti passi il paracadute in tempo. Meglio governare la cloche per quanto si può. C’è un cambio di paradigma europeo sul tema, da cui l’opinione pubblica difficilmente tornerà indietro e con essa la politica. Chi lo accetta e lo applica per primo avrà un vantaggio competitivo”.

Il punto, secondo Bestack, è che il PPWR può diventare anche un fattore di selezione tra operatori. “Come è accaduto con certificazioni poi diventate sistemiche, penso per esempio al GlobalGAP, chi saprà dare garanzie di competenza e affidabilità potrà occupare gli spazi lasciati da chi resta indietro. Attraverso l’Help Desk vediamo di tutto: aziende molto preparate, che vogliono capire le pieghe della norma e gli scenari futuri, e altre che stanno rincorrendo. Il tema interessante è che il grado di preparazione non è direttamente proporzionale alla dimensione. Spesso vi è una preparazione che non ti aspetti. Alcune realtà medie del commercio sono già molto avanti, mentre non sempre i grandi operatori si comportano da leader”.
Il passaggio più delicato riguarda la responsabilità. “La Commissione ha chiarito nel 2026 che, per gli imballaggi di vendita e multipli, il fabbricante PPWR è normalmente chi compie le operazioni finali: riempimento, confezionamento, sigillatura e immissione sul mercato del prodotto confezionato. Se l’imballaggio porta il marchio dell’azienda ortofrutticola, la responsabilità è ancora più evidente”.
Questo significa, prosegue Dall’Agata, che il produttore deve sapere esattamente quali documenti deve avere: “Verifica della conformità dell’imballaggio, documentazione tecnica, conformità alimentare e di prestazione ICE, e tracciabilità dell’imballaggio. La documentazione va conservata cinque anni per il monouso e dieci anni per il riutilizzabile”.

Ed è qui che la norma può entrare nei rapporti commerciali. “Il produttore deve sapere bene quali obblighi gli spettano, soprattutto quando si relaziona con le catene distributive. Nel caso del prodotto MDD, infatti, ai sensi del PPWR il fabbricante è il retailer in quanto proprietario del marchio e non è in capo al produttore. In Germania ci sono già stati tentativi di far gravere sui produttori gli obblighi che, in caso di MDD, sono dei distributori. Evitiamo che la normativa diventi un altro strumento di pressione sui produttori”.
Per Dall’Agata, quindi, il PPWR va trattato come una questione di maturità aziendale. “È un’occasione per fare cultura e può diventare un punto di forza per chi ha competenze. Il PPWR chiede alle imprese capacità di rispondere dei propri comportamenti. Devi sapere cosa fai, cosa rischi e cosa puoi contestare”.
Bestack, conclude, continuerà a lavorare su formazione e assistenza. “Dal nostro osservatorio vediamo associazioni puntuali e precise, come Fruitimprese, altre che sottovalutano il tema, aziende medio-piccole ben preparate e leader che non fanno i leader. Noi siamo qui per costruire conoscenza, con l’Help Desk, con i corsi già avviati e con un evento in programma il 20 novembre a Bologna aperto a tutte le aziende ortofrutticole della filiera, per fare il punto della situazione a cento giorni dall’applicazione del regolamento”.
Il PPWR non è la fine del mondo. Ma per chi non lo studia, può diventare un problema molto concreto.

