Seppi: “Le Op devono stare al centro della partita sulla difesa delle produzioni”

Il presidente di Melinda e APOT chiede più coesione e una strategia europea condivisa per affrontare fitopatie, cambiamento climatico e concorrenza

Seppi: “Le Op devono stare al centro della partita sulla difesa delle produzioni”

La difesa della produzione come precondizione di ogni strategia di filiera, la necessità di rafforzare il peso delle Op nel confronto politico europeo e l’urgenza di una regia più compatta per affrontare fitopatie, parassiti alieni e cambiamento climatico. Ernesto Seppi, presidente di Melinda e di APOT (Associazione Produttori Ortofrutticoli Trentini), richiama il settore a una presa di responsabilità collettiva su uno dei nodi più delicati per il futuro dell’ortofrutta italiana: la disponibilità di strumenti efficaci per proteggere le produzioni e salvaguardare la competitività delle imprese.

Fabrizio Pattuelli - Presidente Seppi, il tema dei prodotti fitosanitari è tornato al centro del dibattito. Quanto pesa oggi per il futuro del settore?
Ernesto Seppi - “Pesa moltissimo ed è un tema centrale. Parliamo giustamente di innovazione, sostenibilità, organizzazione, mercati, ma dobbiamo avere ben chiaro un punto: senza produzione, tutto il resto rischia di diventare vuoto. Se non mettiamo al centro la salvaguardia produttiva, qualsiasi altra strategia perde consistenza. Per questo serve fare di più e farlo in tempi rapidi”.

Pattuelli – Qual è il punto che, secondo lei, è stato sottovalutato?
Seppi – “Negli ultimi anni si sono sommati diversi fattori: la globalizzazione degli scambi, il cambiamento climatico che corre a una velocità superiore a quella che ci si attendeva e la crescente pressione di parassiti alieni che hanno trovato nei nostri areali condizioni favorevoli di sviluppo. Di fronte a questo scenario, sarebbe stato necessario rafforzare gli strumenti di difesa. Invece, in molti casi, questi strumenti si sono progressivamente ridotti. È un tema che oggi il settore non può più permettersi di affrontare con ritardo”.

Pattuelli – C’è quindi anche un problema di rappresentanza e di capacità di incidere?
Seppi – “Più che cercare responsabilità, credo sia giusto dire che su alcuni temi forse non c’è stata, nel tempo, una percezione piena dell’urgenza. Ora però non serve guardare indietro per recriminare: serve recuperare il tempo perso. Bisogna rimettersi in gioco fino in fondo, come produttori e come sistema cooperativo, per far arrivare con più forza la voce degli agricoltori nei luoghi dove si decide”.

Pattuelli – Che giudizio dà del contesto politico attuale?
Seppi – “Oggi abbiamo la fortuna di avere un ministro molto presente su questi temi, consapevole degli effetti che certe scelte europee hanno avuto sull’agricoltura. Sta cercando di trovare risposte a criticità che vengono da lontano, e non è un compito semplice. Proprio per questo il settore deve stargli accanto in modo compatto, con spirito costruttivo e con una posizione univoca. Se chi produce riesce a fare squadra e a sostenere con forza determinate istanze, anche l’azione politica può diventare più incisiva”.

Pattuelli – Il confronto, quindi, non può fermarsi ai confini nazionali?
Seppi – “No, ed è forse questo uno dei punti più importanti. Noi agricoltori non possiamo ragionare come se fossimo chiusi dentro una provincia, una regione o persino una sola nazione. Siamo parte di un sistema molto più ampio. Ecco perché serve una regia più compatta, anche a livello europeo. Non dobbiamo pensare che i produttori francesi, o quelli di altri Paesi, abbiano interessi diversi dai nostri: cercano marginalità, prospettiva, continuità produttiva. Il punto è capire quale meccanismo oggi non funziona e come costruire una rappresentanza più efficace”.

Pattuelli – In questo quadro, quale ruolo devono avere le Op?
Seppi – “Le Op devono stare al centro, perché sono tra i principali attori economici del sistema. Sono organizzazioni che rappresentano produzione, investimenti, occupazione, indotto. Hanno quindi pieno titolo per portare istanze concrete e per contribuire a orientare le scelte. Molte delle risposte e delle sollecitazioni emerse in questi anni sono partite proprio dalle Op, che hanno toccato con mano i problemi, anche in termini di perdita di prodotto e di difficoltà nel difendere gli investimenti realizzati”.

Pattuelli – Sta dicendo che il settore deve farsi sentire con maggiore compattezza?
Seppi – “Esattamente. Oggi serve un’interlocuzione trasversale, internazionale, europea. È lì che si gioca una parte decisiva della partita. E serve che ciascuno, nel proprio ruolo, accompagni e sostenga chi ha la responsabilità istituzionale di portare avanti queste battaglie. Quando il mondo produttivo è compatto e credibile, la politica ha più forza per agire. Non dimentichiamo che dietro le produzioni ci sono PIL, migliaia di posti di lavoro, imprese e territori. Non stiamo parlando solo di agricoltura: stiamo parlando di economia reale”.

Pattuelli – Il rischio, altrimenti, è quello di perdere pezzi di produzione?
Seppi – “È un rischio concreto. Lo si è detto anche parlando di altre filiere: certi prodotti non spariranno dal mercato, ma potrebbero non essere più prodotti nei nostri territori. E questo è esattamente il punto che la politica deve cogliere fino in fondo. Le persone continueranno a consumare frutta, ma il tema è capire se consumeranno ancora prodotto coltivato qui, con il valore economico, occupazionale e sociale che questo comporta per i nostri territori”.

Pattuelli – Qual è allora il messaggio finale che sente di lanciare al settore?
Seppi – “Che non possiamo più permetterci divisioni, ritardi o approcci parziali. La difesa della produzione viene prima di tutto, perché senza produzione non c’è filiera, non c’è valore, non c’è futuro. Servono più coesione, più capacità di rappresentanza e una voce europea più forte da parte di chi produce davvero. È da lì che passa la possibilità di dare prospettiva all’ortofrutta italiana”. (lg)