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mercoledì 29 giugno 2022


Orsero, la sostenibilità non è uno slogan

Sostenibilità. Una parola che ormai si ripete come un mantra: l'ortofrutta ha cercato di farla sua, di declinarla nelle sue strategie, di impiegarla per costruire percorsi capaci di aumentare il valore dei propri prodotti. Ma la sostenibilità, quella vera, presenta meccanismi complicati e per perseguirla sono necessari investimenti e sforzi. Ad esempio il Gruppo Orsero, oltre un miliardo di euro di fatturato, si è dotato di un team dedicato e proprio quest'anno ha presentato il Piano strategico di sostenibilità (clicca qui per leggere l'articolo). Ma la sostenibilità va raccontata e per farlo il colosso dell'ortofrutta - 750 mila tonnellate di frutta e verdura distribuite nel mondo attraverso 25 magazzini, 22 centri di maturazione e 5 navi per l’import di banane e ananas - ha iniziato dallo spreco alimentare con Reflection (clicca qui per la news), un'originale iniziativa di sensibilizzazione e divulgazione sul tema che si è svolta all’interno del Parco Sempione di Milano a fine maggio.



Un'installazione artistica che ha messo al centro i numeri impressionanti dello spreco alimentare: 10 miliardi di euro, lo 0,6% del Pil italiano, è infatti il valore del cibo buttato. Fanno 274 euro per ogni famiglia, ma se ampliamo lo sguardo a livello globale è ancora peggio: servono 1,4 miliardi di ettari per coltivare il cibo che poi viene buttato, una produzione che emette 3,3 miliardi di tonnellate di anidride carbonica, un quantitativo secondo solo alle emissioni di Cina e Stati Uniti.

Ma torniamo a Reflection, perché parlare di spreco alimentare con un'installazione artistica e un progetto di comunicazione fuori dagli schemi? "L'iniziativa nasce sulla base del nostro Piano strategico di Sostenibilità, che prevede tra i vari obiettivi di ispirare le persone promuovendo stili di vita sani e sostenibili per tutti", spiega a IFN Mattia Beda, direttore marketing del Gruppo Orsero (nella foto di apertura). "Abbiamo scelto di andare oltre al b2b, parlando sia ai nostri partner che direttamente ai loro clienti. Reflection è una installazione imponente: 60 metri quadri per 5 metri di altezza. Uno strumento capace di catturare l'attenzione e di sviluppare uno storytelling inedito che, come dice il nome stesso, porta le persone a riflettere sulle cifre astronomiche del cibo buttato e degli impatti che ha sull'ambiente e sulla società".
Nella misteriosa capsula sono passate più di tremila persone, il massimo della capienza, e più di cinquantamila l'hanno vista dall'esterno, soffermandosi sui messaggi contenuti nei totem che la circondavano.

L'operazione di sensibilizzazione è andata a buon fine, ma cosa fa nel concreto Orsero sul fronte degli sprechi alimentari? "In Reflection abbiamo coinvolto tre associazioni attive nella lotta allo spreco, come Banco Alimentare, Pane Quotidiano e Recup,  con le quali collaboriamo anche nella nostra attività per dare una seconda vita ai prodotti ortofrutticoli - aggiunge il manager - Reflection è stato un esordio per una comunicazione diversa, ma visto che ha funzionato bene per il futuro potrebbe trasformarsi in un format e avere un continuo".



"La lotta allo spreco - si inserisce la sustainability manager Gaia Cacciabue (nella foto sopra) - è un ponte che collega le quattro aree strategiche del nostro Piano di strategico di Sostenibilità: è un tema complesso che si distribuisce sulle filiere, ha un impatto sugli stili di vita, sulle persone, anche a livello etico, e pure uno ambientale. E' la chiave di volta di tutte le tematiche di sostenibilità, ecco perché ci siamo diretti su questo. A livello di Gruppo lo approcciamo su diversi fronti, collaborando con associazioni no profit che si impegnano su queste tematiche, recuperando gli scarti in primis per l'alimentazione umana ma anche per destinarli in seconda battuta all'alimentazione animale o alla produzione di biogas. Dipende dalle opportunità che ci sono sul territorio, perché l'aspetto logistico non va sottovalutato".
Recentemente Orsero ha avviato una collaborazione con Too Good to Go, la nota start up danese che lotta contro lo spreco alimentare. "Abbiamo trovato un modo per promuovere il lavoro di chi cerca di sostenere la causa anche con un'azienda alle spalle - evidenzia Beda - adottando un approccio diverso, anche questo interessante da perseguire: perché sempre più imprese riescono a generare profitto salvaguardando lo spreco".



Parlando di frutta e sprechi, un elemento cardine è la shelf-life dei prodotti. "Da un paio di anni abbiamo attivato la sperimentazione con Apeel, la startup americana che ha sviluppato una protezione a base vegetale in grado di ritardare il deperimento di frutta e verdura, realizzata partendo proprio dagli scarti ortofrutticoli. Una soluzione adottata con successo sugli avocado messicani e ora "l'obiettivo è di inserire sempre nuove innovazioni in questa direzione - puntualizza Cacciabue - ma anche concentrarci sui nostri stand di mercato per mappare gli sprechi, coinvolgerli e migliorare le loro performance".



Dagli sprechi, quindi, alla sostenibilità a tutto tondo. "L'obiettivo più sfidante del Piano strategico di Sostenibilità è sicuramente quello legato alla filiera: entro il 2025 vogliamo coinvolgere tutti i nostri 1500 fornitori globali su tematiche socio-ambientali - evidenzia la sustainability manager - La nostra filiera ha un livello di complessità notevole, ogni tipologia di prodotto ha sue caratteristiche e criticità di sostenibilità: ma questo impegno è inevitabile, è assolutamente indispensabile per creare valore. Inoltre abbiamo un piano di engagement e rendicontazione che ci aiuterà a capire come il Piano strategico di sostenibilità sia stato recepito dai nostri stakeholder".



C'è una sostenibilità che si vede - ad esempio il packaging - e una più nascosta, come quella verso le persone. Come e perché comunicarla? "Abbiamo basato la strategia su tre pilastri: economico, sociale e ambientale. La nostra visione di sostenibilità è questa - rimarca Cacciabue - e comprende tutte e tre le dimensioni. La sostenibilità è una materia complessa, il rischio è di perdersi facilmente, noi ci prendiamo l'impegno di comunicarla al nostro interno e poi agli stakeholder scegliendo canali, modalità e tempi giusti".

Nel Piano strategico di sostenibilità del Gruppo Orsero si parla di filiere responsabili. Quali sono i principali scogli da superare? "Qui si tocca un nervo scoperto, perché il controllo della situazione è solo parzialmente in mano nostra - risponde l'esperta - Ma per questo la sfida è ancora più stimolante e la tematica difficile. Abbiamo utilizzato il termine responsabile scegliendolo con attenzione: pensiamo non fosse realistico dicendo di avere filiere sostenibili, è una chimera, noi ci teniamo che la nostra comunicazione sia di sostanza e non lasci spazio a nessun tipo di fraintendimento proprio perché vogliamo essere coerenti. Un approccio responsabile lo si ha innanzi tutto quando una filiera la si conosce: noi ci impegniamo a migliorare la conoscenza delle nostre filiere, solo così si possono monitorare affrontando le criticità caso per caso, creando valore".

Un percorso pragmatico, misurato e, vale la pena sottolinearlo ancora una volta, complicato. La sostenibilità in ortofrutta è però una grande opportunità. "E' un settore molto fermo alle sue origini, non ha mai svoltato con decisione - conclude Mattia Beda - Ma proprio per questo tecnologia e innovazione possono fare la differenza lungo i vari anelli della filiera e rendere il comparto veramente sostenibile".

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