Ceraseti, l’ombreggiamento diventa alleato contro il cambiamento climatico

Brunella Morandi (Unibo): “Una riduzione della luce del 20-30% può aiutare le piante a tollerare meglio caldo e stress idrico”

Ceraseti, l’ombreggiamento diventa alleato contro il cambiamento climatico

La ciliegia è un prodotto impegnativo sotto ogni punto di vista: è delicata, ha una shelf life ridotta e una campagna commerciale che supera a malapena i 40 giorni. In un contesto così compresso, non sono concessi errori. Anche per questo l’evoluzione tecnica ha spinto molte aziende a investire in ceraseti coperti, altamente performanti ma altrettanto onerosi, che richiedono un livello di professionalità elevato e una gestione nella quale nulla può essere lasciato al caso.

Ma quali sono gli aspetti più importanti da prendere in considerazione? Lo spiega la prof.ssa Brunella Morandi, coordinatrice del Corso di Laurea Magistrale in Scienze e tecnologie agrarie dell’Alma Mater Studiorum - Università di Bologna, nota per i suoi studi sulla fisiologia delle piante arboree. In una video intervista pubblicata sulla pagina LinkedIn di Alegra (clicca qui per vedere l'intervista), all’interno della rubrica Connessioni, Morandi approfondisce alcuni dei principali fattori tecnici che incidono sulla qualità di un frutto che per Alegra rappresenta uno dei prodotti di punta dell’offerta, come abbiamo raccontato in questo articolo.

Brunella Morandi, coordinatrice del Corso di Laurea Magistrale in Scienze e tecnologie agrarie dell’Alma Mater Studiorum - Università di Bologna

“La qualità delle ciliegie si fa in preraccolta e ci sono diversi aspetti agronomici da considerare”, esordisce la prof.ssa Morandi. “Innanzitutto la scelta varietale: i programmi di breeding oggi disponibili mettono a disposizione un ampio range di varietà, più o meno resistenti al cracking, con differenti livelli qualitativi e con una buona finestra di raccolta”. Il riferimento, in questo senso, va anche alla serie Sweet dell’Università di Bologna, senza dubbio uno dei programmi di miglioramento genetico meglio riusciti in Italia in ambito frutticolo.

Fonte: profilo linkedin Gruppo Alegra

A ogni varietà deve poi corrispondere il portinnesto più adeguato. “È una scelta molto importante - prosegue Morandi - perché da questa combinazione dipendono la tipologia di impianto, la densità e la forma di allevamento. Per esempio, gli impianti ad alta o altissima densità di piantagione sono molto rischiosi, anche alla luce del cambiamento climatico in atto, poiché piante troppo minute mal sopportano stress ambientali importanti. Dobbiamo quindi trovare una sorta di compromesso tra portinnesti non troppo vigorosi, come quelli utilizzati in passato, che portavano a piante molto grandi e difficili da gestire anche dal punto di vista del lavoro, e piante con un buon equilibrio vegeto-produttivo: produttive, ma non eccessivamente delicate nella gestione”.

“In Emilia-Romagna - aggiunge la docente - il Gisela 6 rimane uno dei portinnesti più utilizzati, perché rappresenta un buon compromesso tra riduzione della vigoria e adattabilità ai nostri ambienti. Se ne stanno studiando altri proprio per garantire una maggiore resilienza e tolleranza agli stress abiotici, mantenendo allo stesso tempo un ottimo equilibrio vegeto-produttivo e una buona capacità di gestione della chioma”.

Fonte: profilo linkedin Gruppo Alegra

Alla scelta del portinnesto si lega poi quella della forma di allevamento. “L’asse colonnare, che si adatta a portinnesti molto nanizzanti, potrebbe non essere la soluzione migliore in un contesto di cambiamento climatico. Per questo la ricerca sta lavorando su diverse forme di allevamento, in particolare su sistemi che prevedano due assi vegetativi per pianta, come il Bibaum, tre assi, come il candelabro, o più assi, come il sistema UFO di concezione americana. Sono soluzioni che consentono di gestire la vigoria di un portinnesto più vigoroso e resiliente, mantenendo al tempo stesso alcuni vantaggi qualitativi del monoasse”.

Un altro capitolo decisivo riguarda le coperture. “Non possiamo dimenticare reti e coperture nella gestione della qualità - sottolinea Morandi - perché ci aiutano a prevenire il cracking, ma anche altri stress biotici e abiotici, a partire dalla Drosophila suzukii. Abbiamo visto che un certo livello di ombreggiamento, intorno al 20-30%, qui in Emilia-Romagna ha effetti molto positivi sulla fisiologia della pianta, quindi sulla sua capacità di tollerare ondate di calore o stress idrico. In qualche modo mantiene all’interno del ceraseto un microclima favorevole, nonostante quel 20-30% in meno di luce, che comunque non crea problemi a livello produttivo”.

Fonte: profilo linkedin Gruppo Alegra

Infine, un accenno all’irrigazione. “La ricerca a livello fisiologico sta cercando di comprendere i meccanismi alla base del cracking. Si è visto che l’acqua ha un ruolo importante: non solo quella piovana che bagna la ciliegia dall’esterno, ma anche quella assorbita dalle radici. In futuro dovremo quindi capire come ottimizzare l’irrigazione per evitare di predisporre impianti e frutti al cracking. Ovviamente non è semplice, perché la causa principale resta normalmente la pioggia”.

Altro tema di grande attualità è la meccanizzazione. “L’equilibrio tra portinnesto e corretta forma di allevamento può portarci anche ad avere impianti meccanizzabili. Negli Stati Uniti stanno studiando molto questi aspetti, soprattutto con forme di allevamento a parete, quindi a UFO: non necessariamente ad altissima densità, ma a media densità e sviluppate sulla parete. Sulla potatura meccanizzata si può lavorare, mentre la raccolta rimane ancora un fattore limitante, perché il nostro consumatore vuole la ciliegia con il peduncolo, anche se sul mercato sono arrivate le prime proposte senza, come Skylar Rae® del gruppo Rivoira. La meccanizzazione che si sta sviluppando negli Stati Uniti si basa infatti su scuotitrici, quindi su un prodotto senza peduncolo”.

“Se riuscissimo a meccanizzare le coperture, o comunque a trovare approcci capaci di ridurre il carico di lavoro nella loro gestione - conclude Morandi - avremmo benefici importanti. Ci aiuterebbe contro il cracking, contro la Drosophila e, non da ultimo, nella gestione degli stress abiotici, dalle ondate di calore all’eventuale stress idrico. Sarebbe un passo avanti molto significativo”. (lg)