Economia
Fico d’India dell’Etna DOP, la sfida è trasformare il potenziale in valore
Sara Bua: “Questo prodotto ha ancora tantissime prospettive”

Con oltre il 70% del fico d’India commercializzato nel mondo, la Sicilia rappresenta il fulcro di questa coltura, che ha alle spalle una storia antica. E il territorio alle pendici dell’Etna rappresenta la culla ideale per la sua crescita e il suo sviluppo. Non a caso, in questo areale è nata la Denominazione di origine protetta. La Natura dal Campo alla Tavola, partita con la sesta stagione, nell’ultima puntata ha acceso i riflettori su questa realtà per raccontare le nuove prospettive economiche, ambientali e scientifiche di una coltura strategica per la Sicilia.
Il viaggio parte dai ficodindieti di Biancavilla, nel pieno della raccolta di Muscareda, Sulfarina e Sanguigna. A fotografare il mercato è Salvatore Rapisarda, direttore del Consorzio Euroagrumi OP: “C’è una tendenza che cresce continuamente nel consumo di fico d’India nel mondo”. I numeri danno la misura del fenomeno: “La Sicilia produce circa il 90% del fico d’India italiano e l’Italia gestisce oltre il 70% del commercio mondiale del frutto”, spiega il direttore del Consorzio Euroagrumi OP, “con circa 100 mila tonnellate lavorate e una superficie siciliana che ha raggiunto i 10 mila ettari”.
Ma il dato forse più interessante riguarda ciò che può ancora accadere: “La domanda è enormemente superiore rispetto all’offerta. Questo vuol dire che ancora altra superficie in Sicilia può essere destinata al fico d’India”. A sostenere questa prospettiva c’è anche una filiera che, negli ultimi anni, si è strutturata, con nuovi stabilimenti di lavorazione altamente tecnologici realizzati proprio nelle principali aree produttive. Ma il potenziale non finisce con il frutto. “C’è anche l’altra parte della pianta che viene sempre più attenzionata: i cladodi, le pale, i fiori”, aggiunge Rapisarda.

La questione, tuttavia, non riguarda soltanto l’aumento dei volumi. Sara Bua, presidente del Consorzio di Tutela del Fico d’India dell’Etna DOP e produttrice, pone l’accento sulla necessità di trasformare la crescita produttiva in valore, facendo della certificazione uno strumento di posizionamento e non semplicemente un marchio sulla confezione: “Questo prodotto ha ancora davanti tantissime prospettive e tantissimo potenziale da far evolvere. La sfida è far emergere questo patrimonio ancora inespresso. Per questo il Consorzio sta investendo in ricerca e valorizzazione, con l’obiettivo di avvicinare anche i produttori alle nuove opportunità”.
"Qui siamo nel pieno della raccolta, nel passaggio tra la prima produzione e quella tardiva dei cosiddetti ‘bastardoni’ - ha aggiunto la presidente Bua - È importante raccogliere il prodotto al meglio della sua maturazione; per questo, la cura del prodotto è molto attenta. Non vengono effettuati trattamenti post-raccolta e le tre varietà, bianca, rossa e gialla, vengono confezionate miste, in proporzioni diverse a seconda della qualità del momento: un’ulteriore cura verso il cliente”.
Le telecamere di 7Gold hanno seguito poi il fico d’India fuori dal campo, entrando nel cuore della trasformazione. A Belpasso, nello stabilimento di Agrisicilia, il fico d’India entra infatti nel mondo della lavorazione industriale. Sofia Mammana, Ceo di Agrisicilia, ha raccontato un modello che conserva una forte componente manuale nella selezione della materia prima, affiancandola a tecnologie 4.0: “Tagliamo e selezioniamo i prodotti manualmente attraverso la mondatura, poi utilizziamo macchinari di ultima generazione digitalizzati, che ci permettono di controllare la qualità del prodotto finito e garantire al consumatore la massima sicurezza”. Pastorizzazione, controlli a raggi X e digitalizzazione mostrano quanto anche una confettura possa raccontare l’evoluzione tecnologica di una filiera agricola.
Sul fronte della ricerca scientifica, il fico d’India ha svelato notevoli sorprese. Maurizio Battino, Università Politecnica delle Marche, ha affermato: “Il fico d’India è una produzione sostenibile e tutti i suoi prodotti possono essere riutilizzati. Tramite lo studio approfondito in una tesi di dottorato del dottor Iasmani, siamo andati ad analizzare delle sostanze bioattive molto importanti presenti nella polpa e nella buccia in quantità notevoli. Alcune di queste sostanze hanno un effetto benefico sulle cellule cancerogene. Abbiamo studiato le cellule dei tumori del colon-retto e le sostanze bioattive del fico d’India riducono l’aggressività di queste cellule e la loro diffusione in altri tessuti. È ricerca preclinica, ma apre un fronte particolarmente interessante: quello della valorizzazione di una parte del frutto che oggi viene in gran parte eliminata”.

E mentre il fico d’India guarda al futuro, la Sicilia punta a diventare un fulcro d’incontro tra grandi filiere e tecnologie applicate all’agricoltura. Una sfida al centro della terza edizione di Frutech, raccontata da Nino Di Cavolo, presidente di Sicilia Fiera: “La tecnologia si avvicina sempre di più al mondo agricolo e agli agricoltori”, fino all’intelligenza artificiale, destinata, secondo Di Cavolo, ad avere un ruolo sempre più importante nel settore.
Enza Perdicaro, nutrizionista, ha ricordato che “questo frutto contiene solo 50 chilocalorie per 100 grammi di prodotto, nonostante la sua notevole dolcezza. Ha inoltre tanta acqua e fibre, ma il vero cuore nutrizionale del fico d’India sono le tre famiglie di antiossidanti che contiene, fra cui la vitamina C: ogni frutto copre il 20% del fabbisogno giornaliero. Ha inoltre molto calcio, potassio e magnesio. I semi hanno beta-carotene e vitamina E. Si consiglia di consumarne un paio al giorno”.
In conclusione, Alessandro Diolosà, chef, ha coniugato un frutto storico come il fico d’India con una soluzione contemporanea. Ha proposto un abbinamento fra fichi d’India in chips, un’insalata di spinacino fresco e salmone marinato e una maionese profumata al frutto, accompagnata da una focaccia impastata con estratto di fico d’India. (ga)
Fonte: Ufficio stampa dal Campo alla tavola




