Pesche e nettarine, annata complicata: export debole e concorrenza in aumento

Gabriele Ferri: “La concorrenza internazionale di Paesi con costi molto più bassi non può essere sottovalutata”. E quest’anno anche l’industria di trasformazione ha assorbito poco e remunerato male

Pesche e nettarine, annata complicata: export debole e concorrenza in aumento

La campagna 2026 di pesche e nettarine non è semplice da leggere. I consumi nella Gdo hanno reagito, sostenuti da un’estate calda e da prezzi al dettaglio più bassi, ma alla produzione le quotazioni hanno sofferto molto di più. Nel frattempo, sui mercati europei è aumentata la pressione competitiva, con Turchia e Grecia in forte crescita e un’Italia che continua a importare volumi nettamente superiori rispetto agli altri grandi Paesi produttori.

Per provare a ricomporre questo puzzle abbiamo coinvolto Gabriele Ferri, direttore generale di Naturitalia, partendo proprio dai numeri che hanno caratterizzato la stagione.

Le stime indicavano una produzione italiana di circa 912 mila tonnellate tra pesche, nettarine e percoche, appena il 3% in più rispetto al 2025. Una crescita limitata, mentre i dati Ismea sui prezzi alla produzione mostrano tra luglio e agosto cali a doppia cifra rispetto allo scorso anno, in diversi casi molto più marcati. Sul fronte dei consumi, invece, il canale Iper+Super evidenzia volumi in crescita nel cuore della campagna, accompagnati da prezzi medi in flessione.

A rendere il quadro più complesso è stata la pressione internazionale. La Turchia ha aumentato la produzione dell’87%, sfiorando 1,2 milioni di tonnellate, mentre la Grecia è cresciuta del 24% e ha moltiplicato le esportazioni verso l’Italia. Il nostro Paese, peraltro, importa ogni anno quasi 100 mila tonnellate di pesche e nettarine, contro quantitativi inferiori alle 10 mila tonnellate per Grecia e Spagna.

“Il primo dato su cui riflettere è il calo delle esportazioni registrato nei primi mesi del 2026. Aspettiamo i dati Intrastat relativi al periodo maggio-settembre, perché ci diranno con maggiore precisione quante drupacee siamo riusciti a esportare e verso quali mercati, ma una cosa mi sembra già abbastanza chiara: quest’anno il mercato estero non ha risposto in maniera adeguata alle necessità della produzione italiana.

Quanto abbia pesato una domanda più debole e quanto, invece, la maggiore pressione competitiva degli altri Paesi produttori è difficile da quantificare. Probabilmente hanno inciso entrambi i fattori. Ma la concorrenza internazionale è un tema che non possiamo più sottovalutare, perché molti nostri competitor lavorano con costi sensibilmente inferiori ai nostri per manodopera, energia e carburanti. Sono differenziali che si accumulano lungo tutta la filiera e che alla fine incidono sulla capacità di stare sul mercato.

In questo quadro va letto anche l’aumento delle importazioni, in particolare dalla Grecia. Non entro nel merito delle dinamiche commerciali successive, ma credo che il tema dell’origine e della sua trasparenza debba essere tenuto ben presente, soprattutto in un mercato come quello italiano dove il consumatore attribuisce un valore importante alla provenienza nazionale”.

Sul piano produttivo, invece, Ferri traccia un bilancio decisamente migliore. “Sul piano produttivo e qualitativo, invece, l’annata è stata complessivamente buona. Dalla seconda metà di luglio abbiamo avuto una disponibilità costante di tutti i calibri, dal C all’AA, mentre nella fase iniziale sono mancati soprattutto i frutti di pezzatura maggiore. Il caldo e la scarsa piovosità hanno certamente reso la stagione più complessa, ma la capacità tecnica dei produttori ha consentito di ottenere frutti ben colorati e con buone caratteristiche intrinseche.

Non credo, inoltre, che il problema principale sia stato una particolare sovrapposizione dei calendari. È vero che il Sud, ormai da alcuni anni, non si limita più alle produzioni precoci ma copre una parte molto più ampia della stagione; tuttavia non abbiamo osservato anomalie tali da spiegare da sole quello che è successo sul mercato”.

Ed è proprio il rapporto tra quantità prodotte e prezzi a rappresentare, secondo Ferri, uno degli elementi più difficili da spiegare. “Le previsioni indicavano una produzione complessiva di circa 912 mila tonnellate tra pesche, nettarine e percoche, con un incremento nell’ordine del 3% rispetto allo scorso anno. Parliamo quindi di una crescita contenuta, realizzata peraltro su superfici in calo per pesche e percoche. Le quotazioni alla produzione, invece, hanno registrato riduzioni molto più consistenti. È questo il punto: non possiamo spiegare un calo dei prezzi di questa portata semplicemente con un aumento produttivo del 3%.

A peggiorare il quadro è intervenuta anche l’industria di trasformazione, che quest’anno non è riuscita a remunerare in maniera soddisfacente seconde categorie e scarti. Quando viene meno anche questo sbocco, la pressione si trasferisce inevitabilmente sul prodotto di prima qualità e sull’equilibrio economico dell’intera campagna”.

Per invertire la rotta, Ferri individua due leve sulle quali il sistema può intervenire direttamente. “Non esiste una soluzione semplice e sarebbe sbagliato far credere il contrario. Una parte delle criticità che affrontiamo dipende da condizioni strutturali che non possiamo modificare nel breve periodo. Dobbiamo però intervenire sulle leve che sono nelle nostre mani. La prima è la qualità percepita dal consumatore: troppo spesso chi acquista un frutto non ritrova nel gusto le aspettative che aveva al momento dell’acquisto. Per questo il lavoro di rinnovamento varietale, già avviato da anni, deve proseguire con ancora maggiore determinazione.

La seconda leva è l’aggregazione. Un’offerta più concentrata e meglio coordinata, dal confezionamento alla vendita, significa maggiore capacità di governare il prodotto e più forza nella negoziazione commerciale. Se vogliamo migliorare il risultato economico della produzione, dobbiamo partire da qui”. (im)