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giovedì 13 gennaio 2022


Ingrosso, i nodi da iniziare a sciogliere

La chiusura del Gruppo T18 - il cui epilogo si terrà in primavera in Tribunale di Torino per le udienze del fallimento - ha destato parecchio scalpore all’interno del settore, non solo perché Ramondo è una famiglia storica all’interno del settore ortofrutticolo, ma soprattutto per le dinamiche della vicenda.

Infatti, Edoardo Ramondo ha giustificato questa scelta sostenendo come non ci sia più futuro per i mercati all’ingrosso. Ma è davvero così? Lungi da me sparare sentenze, però ci sono alcuni temi che meritano di essere approfonditi e che possono aiutare all’analisi del problema prima di decretare la fine di uno storico canale commerciale.



Innanzitutto, per capire se e quanto i mercati ortofrutticoli sono in difficoltà sarebbe necessario conoscere il trend dei volumi movimentati. Già questa è una sfida titanica. Ogni mercato all’ingrosso (che ricordiamo essere oltre 130 lungo lo Stivale) rileva il dato come meglio crede: si passa dal fotocopiare i ddt in ingresso – con i camionisti che consegnano meno di quello trasportano per accorciare i tempi – a scaricare i dati direttamente dai gestionali dei grossisti (casi rari). Senza menzionare tutti quei mercati, prevalentemente di piccole dimensioni, che non forniscono proprio nessun numero. Ad ogni modo, i centri agroalimentari principali mettono a disposizione dei numeri più o meno attendibili, ma il livello di approfondimento cambia caso per caso e comunque si arriva al massimo alla specie. In pratica si è ben lontani dal livello di approfondimento della Gdo.

A prescindere dalla precisione di questi valori, tutti gli operatori concordano sul fatto che i volumi transitati nei mercati all’ingrosso sono calati, se paragonati a 10 o 20 anni fa.
Il “colpevole” principale di questa défaillance è la Gdo che, da un lato compete con il dettaglio tradizionale, dall’altro si approvvigiona direttamente alla produzione scavalcando i mercati stessi. Partiamo dall’ultimo punto. Effettivamente la distribuzione moderna si approvvigiona alla produzione, ma quasi tutti i retailer (in particolare i privati, meno le cooperative) hanno dei contatti giornalieri con i mercati all’ingrosso, soprattutto con quelle aziende che nel corso del tempo si sono strutturate per servirla e che sono cresciute di pari passo. Tuttavia, di questo rapporto ne trae vantaggio la singola azienda, non il mercato, anche perché è oramai impensabile che un buyer si svegli alle 3 di notte per andare a trattare con tutti i grossisti di un mercato all’ingrosso.



Veniamo alla concorrenza fra dettagliante e catena distributiva, praticamente Davide contro Golia. Da un lato ci sono grandi gruppi che hanno a disposizione ingenti capitali per aprire punti vendita a seguito di analisi dettagliate. Dall’altro lato ci sono piccoli imprenditori che ogni mattina si svegliano per soddisfare al meglio la propria clientela. Il problema è come mantenere in vita questa categoria, ed è probabilmente una delle sfide più importanti per la sopravvivenza dei mercati ortofrutticoli italiani.

Le vie sono tante, dal miglioramento dei servizi (orari più umani e logistica) alla formazione professionale, quest’ultima del tutto inesistente sia perché i fruttivendoli lavorano quasi h 24 e non hanno tempo, sia perché la formazione è sempre vista come qualcosa di accessorio, non genera fatturato, tanto per intenderci. Il punto è che il dettagliante fa la differenza rispetto al supermercato in quanto ha un rapporto diretto col cliente, e più è professionale e più la sua attività avrà successo. Stessa cosa vale per i grossisti, solo che bene e spesso manca il materiale umano da formare.

Questi sono solo alcuni degli elementi da prendere in considerazione, ne mancano altri (per esempio la logistica, la digitalizzazione, l’attrattività delle strutture) che prenderemo in considerazione in futuro.

Ad ogni modo, tornando alla domanda iniziale, sono dell’idea che per i mercati all’ingrosso ci potrà essere futuro, ma è necessario un deciso cambio di passo che deve partire da grossisti e dagli enti gestori, senza però dimenticare il fruttivendolo. In caso contrario, di casi “Ramondo” ne vedremo parecchi nei prossimi anni.

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