Acqua, al Nord manca e al Sud c'è ma non arriva nei campi

Nel bacino del Po la risorsa resta sotto pressione, mentre in Sicilia e Sardegna pesano guasti e infrastrutture che non reggono

Acqua, al Nord manca e al Sud c'è ma non arriva nei campi

Al Nord l'acqua manca davvero. Al Sud, in diversi casi, ci sarebbe pure, ma non riesce ad arrivare regolarmente nei campi. E dove comincia a scarseggiare sul serio, si apre addirittura una contesa tra territori per accaparrarsi gli ultimi milioni di metri cubi disponibili. È il paradosso dell'emergenza idrica che attraversa l'agricoltura italiana a fine agosto, con conseguenze che nell'ortofrutta si traducono già in rese più basse, calibri ridotti e costi di produzione in salita.
Nel distretto del Po, le piogge degli ultimi giorni hanno dato un po' di ossigeno, ma non bastano ad archiviare l'emergenza. Nell'aggiornamento del 27 agosto, l'Autorità di Bacino conferma una severità idrica "alta": nonostante il recupero temporaneo delle portate, gli indici degli ultimi 30 giorni segnalano ancora "siccità estrema", e non si può parlare di un'inversione di tendenza dopo il deficit partito a fine giugno.

A Ribera l'acqua si perde prima di arrivare agli agrumeti

Scendendo verso Sud, il problema cambia faccia. A Ribera, nell’agrigentino, uno dei principali distretti agrumicoli siciliani, l'associazione Liberi Agricoltori stima danni alla prossima produzione fino a 5 milioni di euro. Nei frutteti si segnalano già arance di pezzatura inferiore, con possibili ricadute sulle quotazioni commerciali. Il caldo oltre i 40 gradi e le irrigazioni scarse hanno fatto la loro parte, ma a pesare sono state soprattutto le continue rotture dell'adduttore che porta l'acqua dalla diga Castello di Bivona e dal bacino di Gammauta verso le vallate agrumicole: una condotta di circa quarant'anni fa, dalla quale, a ogni rottura, l'acqua è finita nei corsi d'acqua e verso il mare invece che negli agrumeti. In alcune zone, riporta La Sicilia, le aziende sarebbero riuscite a fare appena due o tre irrigazioni.
Non lontano, nella Valle del Belìce, lo scenario si ripete. Il 29 agosto, durante un incontro a Partanna tra agricoltori e Consorzio di Bonifica Agrigento 3, sono state denunciate continue rotture delle condotte irrigue, che rendono irregolare l'approvvigionamento delle colture. Ma è emerso anche un secondo paradosso: alcuni invasi non potrebbero essere sfruttati fino alla capacità massima per la mancanza dei collaudi necessari.

In Sardegna invasi pieni, ma forniture interrotte

Una fotografia ancora più netta arriva dalla Nurra, nel Nord-Ovest della Sardegna. Qui il problema non è stato riempire i bacini: l'inverno piovoso aveva garantito riserve negli invasi. Eppure una serie di guasti agli impianti ha interrotto più volte le forniture alle aziende agricole, provocando il deperimento delle colture in campo. Oltre al danno la beffa.

Nell'Ofanto, fra Puglia e Basilicata, l'acqua comincia a finire davvero

Il quadro cambia ancora spostandosi tra Puglia e Basilicata, dove al nodo infrastrutturale si somma una scarsità fisica sempre più evidente. Secondo una nota del Consiglio regionale della Puglia del 29 agosto, la diga di Capacciotti (a Cerignola, nel comune di Foggia) sarebbe scesa a 6,5 milioni di metri cubi, contro una capacità massima di 48 milioni. Sottraendo la quota di sicurezza di 2,5 milioni, resterebbero circa 4 milioni utilizzabili, sufficienti secondo le stime per appena un paio di settimane. La situazione riguarda direttamente la Sinistra Ofanto, quindi aree agricole come Cerignola, Stornara, Stornarella e Ascoli Satriano.

Alla siccità si sommano le accuse di inefficienze nella gestione della Traversa Santa Venere (il sistema deputato allo smistamento delle acque della diga all’agricoltura): secondo la stessa nota, mancherebbero all'appello 5-6 milioni di metri cubi rispetto ai quantitativi attesi. Da qui la richiesta pugliese di altri 2-3 milioni di metri cubi dalla diga di Conza. Ma il 31 agosto è arrivata la replica del Coordinamento Agricoltori Basilicata, che contesta l'ipotesi di ulteriori trasferimenti e chiede di rendere pubblici i quantitativi già destinati alla Puglia. La crisi idrica comincia così a trasformarsi anche in una questione di ripartizione della risorsa tra territori confinanti.

E irrigare costa sempre di più

C'è infine un altro conto che rischia di restare nascosto: quello per continuare, semplicemente, a portare acqua alle colture. Il 28 agosto, la Regione Umbria ha autorizzato per le aziende agricole una maggiorazione fino all'80% delle assegnazioni di carburante agricolo agevolato per le operazioni irrigue, motivata dalle condizioni meteorologiche eccezionali dell'estate e dal conseguente aumento del fabbisogno irriguo. Non significa che i consumi d'acqua siano cresciuti dell'80%, ma fotografa bene l'altra faccia dell'emergenza: più caldo vuol dire più irrigazioni, più ore di pompaggio, quindi più costi.

Da Nord a Sud, insomma, il risultato per le aziende rischia di essere lo stesso, ma le cause restano diverse. Nel bacino del Po la risorsa è strutturalmente sotto pressione; in Sicilia e Sardegna una parte dell'acqua disponibile si perde o non arriva regolarmente ai campi; nell'Ofanto le riserve iniziano a ridursi al punto da alimentare tensioni sulla loro distribuzione. Per l'ortofrutta, in ogni caso, il conto si vede già nei calibri, nelle rese e nei costi.

Foto di apertura generata con ausilio IA