Attualità
La sovranità alimentare alla prova di governo
Cosa potrebbe cambiare per l’ortofrutta con il neoministro Lollobrigida

In tema di agricoltura e alimentazione il governo Meloni è sicuramente partito con il botto. Lo testimonia lo spazio che, nel fine settimana, i quotidiani nazionali hanno dato ad autorevoli commentatori per tentare di interpretare il significato e le prospettive di quella “sovranità alimentare” che amplia il ruolo del Ministero dell’Agricoltura.
Pur non essendo una novità assoluta, visto che il Ministero in questione si chiama così anche in Francia, il solo uso della parola “sovranità” è stato infatti sufficiente a riportare l’agricoltura e l’agroalimentare al centro dell’attenzione dei media, forse anche per l’affinità lessicale con il tanto discusso “sovranismo”. In ogni caso, il ritorno del settore primario al centro dell’attenzione mediatica è certo una buona cosa, soprattutto ora che, sotto la pressione di prezzi in progressivo aumento, proprio il valore del cibo è in discussione.

La sovranità alimentare affonda le sue radici nei movimenti internazionali degli agricoltori della fine del millennio scorso, per poi evolversi attraverso i contributi di Associazioni, Enti e Organizzazioni fino all’ultima definizione coniata nel 2008 dall'International Assessment of Agricultural Science and Technology for Development (IAASTD), un panel intergovernativo sviluppato con il patrocinio delle Nazioni Unite e della Banca Mondiale, secondo cui la sovranità alimentare è il diritto dei popoli e degli Stati sovrani a determinare democraticamente le proprie politiche agricole e alimentari.
Più in dettaglio, la sovranità alimentare prevede un legame essenziale tra alimentazione, agricoltura, ecosistemi e culture, valorizzando la diversità e il lavoro legato alla produzione alimentare nel mondo. Su quali strategie di politica economica in campo agricolo e agroalimentare il governo Meloni - con il neoministro Lollobrigida - intenda perseguire la sovranità alimentare così intesa possiamo per ora solo immaginarlo, facendo alcune supposizioni sulla base del programma elettorale di Fratelli d’Italia e delle prime dichiarazioni degli interessati.
Maggior attenzione alle eccellenze agricole e alimentari nazionali, dal campo al consumatore, salvaguardando il ruolo degli agricoltori accorciando le filiere, scongiurando pratiche commerciali sleali, potenziando la logistica e combattendo l’italian sounding sono alcuni dei punti chiave del programma che potrebbero avere un impatto importante anche sul sistema ortofrutticolo.

Senza voler entrare nel dettaglio, ci permettiamo solo di evidenziare al neoministro Francesco Lollobrigida (nella foto sopra durante il passaggio di consegne al Mipaaf tra Stefano Patuanelli) un paio di priorità per il nostro comparto nell’applicazione di politiche legate alla sovranità alimentare.
Primo. Nella tutela delle produzioni nazionali d’eccellenza in campo ortofrutticolo va previlegiato l’innalzamento del valore percepito dai consumatori sui nostri prodotti rispetto a politiche protezionistiche. L’Italia è ancora (ma per poco, se non cambiamo in fretta registro) un esportatore netto di ortofrutta e il principale produttore di frutta e verdura a indicazione geografica protetta e a denominazione di origine protetta nell’Unione Europea. Ha bisogno di regole certe e rispettate sui mercati per tutelare le sue eccellenze, non di barriere ai commerci. Ve ne sono già troppe e, per la maggior parte, sono a noi sfavorevoli. Il protezionismo richiede una “muscolarità” in politica internazionale che non abbiamo e, dubito, potremo avere. Il Made in Italy dell’ortofrutta può essere promosso al pari del vino, della moda e delle auto sportive. Mele, uva da tavola, pere, kiwi e pomodoro – solo per fare gli esempi più eclatanti - ci vedono ai vertici produttivi sia in termini quantitativi che qualitativi nello scenario internazionale, va solo organizzata una seria strategia di valorizzazione che accompagni imprese più orientate a esportare attivamente che spedire passivamente.

Secondo. Le maggiori opportunità che il mercato interno ed estero ci offriranno grazie al maggior valore percepito vanno colte favorendo una maggiore aggregazione e coordinamento della fase agricola, l’unica ricetta valida per rapportarsi con un sistema distributivo che, sempre più, è concentrato sia all’estero che sul fronte interno. Occorre infatti considerare che in nessun paese sviluppato oggi la vendita diretta di ortofrutta raggiunge la doppia cifra nell’incidenza sul totale mercato e che non si cambiano i rapporti di forza nella filiera solo per legge o decreto. Servono norme che evitino le pratiche sleali ma, poi, imprese in grado di utilizzarle. Filiera corta deve voler dire imprese organizzate alla produzione – per i modelli da seguire c’è solo l’imbarazzo della scelta – in grado di dialogare con poche imprese distributive, spesso di rilevanza internazionale.
In un mondo dominato dagli slogan si potrebbe sintetizzare: aggregazione e valorizzazione per governare la sovranità alimentare.






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