Attualità
Op Francescon celebra 25 anni: nuova sede e una storia che va oltre i numeri
Dalle origini familiari a una realtà da 90 mila tonnellate, il gruppo conferma un percorso di sviluppo costruito su qualità e visione

Non solo una nuova sede, ma una dichiarazione di visione. Op Francescon ha scelto di celebrare i suoi primi 25 anni inaugurando venerdì il nuovo quartier generale: uno spazio pensato non semplicemente per lavorare, ma per raccontare un’idea precisa di impresa agricola. Un luogo che tiene insieme terra, persone e futuro; dove il comfort incontra l’ispirazione, e dove l’estetica – con il verde dominante e il Monte Baldo sullo sfondo – diventa parte integrante del progetto industriale. Un segnale forte per un settore che troppo spesso resta schiacciato sulle urgenze quotidiane e sulla sola leva del prezzo.

Del resto, i numeri raccontano con chiarezza la traiettoria di crescita dell’organizzazione. Oggi Op Francescon può contare su 2.220 ettari complessivi, 90 mila tonnellate di prodotto e un fatturato che nel 2025 ha raggiunto gli 86 milioni di euro, con i 100 milioni ormai nel mirino. Nel dettaglio, il melone vale 1.320 ettari e 40 mila tonnellate, Perla Nera 750 ettari e 44 mila tonnellate, mentre l’anguria mini occupa 130 ettari per 6 mila tonnellate. Un salto impressionante se confrontato con il punto di partenza: “Venticinque anni fa eravamo sei soci, con 250 ettari e appena 7,5 milioni di fatturato”, ha ricordato il presidente Bruno Francescon, accompagnando i numerosi stakeholder presenti in un momento carico di significato per l’azienda e per il territorio.
A moderare l’evento è stato il direttore di IFN Roberto Della Casa, da lungo tempo di casa alla Franceson, data che ha subito colto il valore simbolico della nuova struttura: “Qui si compie un salto di qualità non solo tecnico e funzionale, ma anche estetico. C’è bellezza, c’è poesia, elementi che troppo spesso il nostro settore finisce per sacrificare sull’altare del prezzo”. Un passaggio che ha dato subito il tono alla giornata, chiarendo come la nuova sede non sia soltanto un investimento immobiliare, ma l’espressione di cultura d’impresa.

Al centro del progetto, infatti, c’è anzitutto il senso di comunità. La sede è stata concepita come un ambiente in cui le persone possano stare bene, perché in questi spazi si trascorre una parte importante della propria vita. Comfort, benessere e qualità dell’ambiente di lavoro diventano così fattori concreti, non accessori. A questo si affianca il tema della sostenibilità, con un edificio impostato secondo una logica di consumo zero e pensato quasi come una piccola città, con al centro un albero e una piazza, a richiamare un’idea di relazione e di appartenenza. Non meno importante il dialogo continuo tra interno ed esterno. Ampie vetrate, giardini sempre visibili, due livelli che offrono prospettive differenti: al piano terra il rapporto diretto con la campagna, ai livelli superiori uno sguardo che si apre verso un orizzonte più ampio, fino al profilo del Monte Baldo. Un elemento paesaggistico che diventa anche metafora: non un punto di arrivo, ma il simbolo di una scalata, di un percorso che invita a guardare sempre più in alto.
Da qui, Bruno Francescon, insieme al fratello Daniele, hanno ipercorso le tappe della storia familiare e imprenditoriale. Le origini risalgono al 1952, quando la famiglia arriva in queste terre dal Veneto. Negli anni Sessanta iniziano le prime coltivazioni di melone, accanto ad altre attività agricole e all’allevamento bovino, poi progressivamente abbandonato. Il melone, invece, resta fin dall’inizio la coltura del cuore, quella destinata a segnare l’identità dell’azienda.

Con il tempo arriva la strutturazione del progetto imprenditoriale: dal piccolo magazzino ai mercati, fino alla crescita organizzata che prende forma nei primi anni Duemila con la costituzione di Op Francescon. Da sei aziende agricole e 250 ettari si passa progressivamente a una realtà ben più ampia e articolata, capace di allargarsi oltre Mantova, toccando Agrigento, Piacenza, Verona, il Centro Italia, la Sicilia e alcuni produttori in Puglia. Un’espansione geografica che ha rafforzato il presidio produttivo e commerciale, senza perdere coerenza strategica.
Un passaggio chiave arriva nel 2015 con l’avvio della coltivazione in Senegal. Un progetto che, oltre ad allungare il calendario commerciale, assume per Francescon anche un valore sociale: “Per noi è motivo di orgoglio, perché non significa soltanto estendere la stagione, ma anche dare lavoro e creare opportunità per tante persone”. Un approccio che lega sviluppo d’impresa e responsabilità, e che contribuisce a definire la cifra distintiva del gruppo.

Parallelamente è cresciuta anche la struttura industriale. Negli anni Novanta il magazzino misurava appena mille metri quadrati; oggi l’azienda dispone di 35 mila metri quadrati e prosegue nel potenziamento della capacità operativa. Proprio quest’anno è previsto un ulteriore ampliamento con nuove linee dedicate alle angurie, per arrivare a una capacità di lavorazione di 50 camion al giorno. Un’infrastruttura tecnologicamente avanzata, pensata per sostenere l’ulteriore sviluppo della OP.
Ma la crescita di Francescon non si è mai limitata ai volumi. Da sempre l’azienda ha cercato di distinguersi anche sul piano della progettualità e della valorizzazione. È da questa attitudine che nascono i percorsi sull’alta qualità, il melone brandizzato, le iniziative rivolte ai bambini, fino al lavoro sul Melone Mantovano Igp, di cui Bruno Francescon è presidente. “Siamo al top, sta funzionando molto bene e ci distingue nel panorama italiano. Le migliori aziende del comparto sono qui, nel Mantovano, e l’Igp cresce del 10% all’anno. Ora vogliamo accelerare ancora, anche sul fronte estero, dove la richiesta non manca”.
Della Casa ha sintetizzato efficacemente questo tratto identitario: “È un’azienda che vuole sempre stare un passo avanti, ed è un senso che non è cambiato in questi 25 anni”. Ed è proprio da questa capacità di anticipare il mercato che nasce anche uno dei casi più interessanti del comparto: Perla Nera.
A raccontarne la genesi è stato ancora Bruno Francescon: “Nel 2016 abbiamo provato 12 ettari di questa anguria, che allora non era il nostro core business, con circa 600 tonnellate di prodotto. Ci ha colpito subito per la straordinaria stabilità della qualità organolettica. Nel 2017 abbiamo preso la varietà in esclusiva, investito in un nuovo magazzino da 8 milioni di euro e costituito il Consorzio Perla Nera con Peviani e La Mongolfiera. Da lì è diventata una referenza completamente nuova”. Oggi Perla Nera, per Francescon, vale 750 ettari e 44 mila tonnellate, mentre il consorzio supera complessivamente i mille ettari. Un progetto che ha saputo affermarsi perché fondato su un prodotto distintivo, riconoscibile e costante nella qualità.

Secondo Della Casa, si tratta di “un caso da manuale”: “Anno dopo anno si è passati da una notorietà spontanea del 7% al 50%, con una top of mind oltre il 35%. È un fenomeno, una case history riportata perfino da Mediaset”. Numeri che raccontano la forza di un marchio arrivato a toccare l’80% di notorietà complessiva, ben oltre il solo valore intrinseco del prodotto. Perla Nera, in questa prospettiva, rappresenta uno di quei brand che riescono a superare la dimensione meramente commerciale per entrare nel campo delle “love marks”, costruendo un legame emotivo con il consumatore.
A suggellare la giornata è stato poi l’intervento di Federico Buffa. La sua presenza sul palco non è stata una semplice parentesi celebrativa, ma un vero racconto capace di dare profondità culturale alla storia della famiglia Francescon e del prodotto simbolo che ne ha accompagnato il percorso. Con il suo stile inconfondibile, Buffa ha intrecciato memoria familiare, territorio e immaginario, restituendo al melone una dimensione che va oltre quella agricola e commerciale: non solo frutto, ma cultura, identità, geografia, simbolo.

Il giornalista e storyteller ha ripercorso le origini antiche del melone, dalla Mesopotamia al suo approdo in Europa, evocando i missionari cristiani, i papi, il passaggio da Cantalupo e persino la traccia lasciata nella lingua inglese. Un racconto colto e avvincente, che ha mostrato come dietro un prodotto apparentemente quotidiano si celi una storia lunga secoli, fatta di viaggi, contaminazioni e valore simbolico. Da lì il passaggio alla famiglia Francescon è stato naturale: Carlo e Roberto prima, Bruno e Daniele poi, in una continuità fatta di lavoro, visione e complementarità. Buffa ha insistito proprio su questo equilibrio tra ruoli diversi ma ugualmente decisivi: Bruno più proiettato sul mercato, Daniele presidio della produzione, figura meno visibile ma essenziale. Una lettura che ha dato spessore al lavoro dietro le quinte, ricordando come nei campi non bastino l’intuizione o il colpo di genio: servono tenacia, costanza, disciplina, passione. In altre parole, serve la capacità di tenere la rotta ogni giorno, stagione dopo stagione.

Il messaggio finale è arrivato con la forza delle immagini che Buffa sa costruire: non conta soltanto chi “segna”, ma anche chi recupera palloni; non esiste impresa senza sacrificio, rispetto, impegno e senso del gruppo. Il riferimento alla haka, come rito collettivo in cui nessuno è più importante della squadra e della maglia, ha offerto una metafora potente per leggere il percorso di Francescon. Perché, in fondo, il valore di un’azienda agricola non si misura solo in ettari, tonnellate o fatturato, ma nelle persone che ogni giorno, spesso prima dell’alba, rendono possibile quel risultato con il proprio lavoro.
Ed è forse questa la sintesi più autentica dei primi 25 anni di Op Francescon. Non soltanto una storia di crescita dimensionale, innovazione e successo commerciale, ma la dimostrazione che anche nell’ortofrutta si può costruire impresa partendo da una visione: stare un passo avanti, non inseguire il cambiamento ma interpretarlo, e continuare a guardare oltre il campo e oltre la stagione. La nuova sede, in questo senso, non celebra un traguardo. Segna piuttosto l’inizio di una nuova salita. (lg)
In apertura Bruno e Daniele Francescon




















