Dal campo
Meno contadini, più tecnologia: la nuova fotografia dell’agricoltura italiana
Meccanizzazione, concentrazione fondiaria e nuove filiere hanno ridisegnato il settore primario italiano

Nel 1930 in Italia operavano 4,2 milioni di aziende agricole, con una superficie agricola totale di 26,3 milioni di ettari (Figura 1). Il primo Censimento agricolo ufficiale del 1961 rilevò un contesto molto simile a quello del 1930, ma già tra 1961 e 1970 le aziende si riducono da 4,3 a 3,6 milioni, diminuendo poi fino a 2,8 milioni nel 1990 e a 1,1 milioni nel 2023. Le superfici si sono ridotte meno, fino ai 15,9 milioni di ettari attuali, e tra il 1930 e il 2023 la dimensione media aziendale è più che raddoppiata (da 6,3 a 14,1 ettari) (Figura 1).
Grazie alla meccanizzazione, l’occupazione agricola oggi è pari a meno di un decimo rispetto all’inizio degli anni ’30: le persone in condizione professionale attive nel settore primario (agricoltura, foreste e pesca) erano 10,8 milioni nel 1861 (su una popolazione di circa 26 milioni) e 9,4 milioni nel 1931; già nel 1961 erano solo 5,7 milioni, scese fino a 1,6 milioni nel 1991 e ad appena 800mila nel 2024. In rapporto alla popolazione attiva totale, quella impegnata in agricoltura è diminuita dal 70% a poco più del 3% (Figura 2).

L’agricoltura nei territori
Nell’arco dei 90 anni trascorsi dal 1930 al 2020, la diminuzione delle superfici agricole totali – nel complesso pari a 10,4 milioni di ettari – ha riguardato soprattutto le aree montane, dove si sono ridotte di quasi due terzi (passando in quota dal 35,5% al 21,4% del totale), e in misura minore le aree collinari, mentre le zone pianeggianti hanno perso appena 400mila ettari; in connessione con l’orografia, le flessioni più rilevanti hanno caratterizzato il Nord-ovest (da 6,2 a 2,5 milioni di ettari) e il Sud (da 7,0 a 4,2 milioni) (Figura 3). Il graduale spopolamento agricolo delle aree montane, derivato soprattutto da isolamento geografico, scarsa redditività, fattori climatici e invecchiamento della popolazione, rappresenta un rischio rilevante, perché spesso comporta la chiusura di molte attività, degrado idrogeologico, minore biodiversità delle produzioni e perdita dell’identità culturale del territorio montano. D’altra parte, spesso si è tradotto in un forte recupero del patrimonio boschivo.
Tra i Paesi dell’Unione europea nel 2020 l’Italia occupava la quinta posizione per dimensione della superficie agricola utilizzata (SAU ), preceduta da Francia, Spagna, Germania e Polonia, e – dopo l’Austria – è il Paese che nell’arco di 60 anni ha registrato la maggiore contrazione della SAU, oltre il 53%, seguita dalla Spagna col 46% (in Francia la flessione è stata del 23% e in Germania meno del 5%): una realtà, questa, che per Italia e Spagna compendia lo sviluppo più tardivo delle attività non agricole e lo sfruttamento più ampio, in passato, di terre marginali (Figura 4).
Nonostante il processo di concentrazione delle superfici in un numero sempre minore di aziende, la dimensione media di un’azienda italiana resta piccola: appena 10,6 ettari di SAU, quasi sei volte meno della Germania e sette volte meno della Francia e della Danimarca.

Il capo azienda e la pratica biologica
Rispetto al 2000, nel 2023 la percentuale di aziende agricole condotte da capo azienda donna è cresciuta leggermente (dal 29,2 al 32,9%), mentre l’incidenza relativa dei capo azienda giovani, già modesta, si è ridotta dal 10,3% al 7,9%. Tale evidenza dipende sia dall’invecchiamento, sia dallo scarso ricambio generazionale. Le strategie aziendali tendono sempre più ad esternalizzare le funzioni: se nel 2000 solo 14,8 giornate di lavoro su 100 svolte nelle aziende agricole derivavano da manodopera non familiare, nel 2023 tale quota era quasi raddoppiata (27,5%).
Sulla spinta della crescente sensibilità alla sostenibilità ambientale e alla sicurezza alimentare, la pratica biologica è andata crescendo: tra il 2000 e il 2024, le aziende biologiche sono passate dal 2,25 al 7,4% del totale, e la quota delle superfici agricole biologiche sul totale delle superfici coltivate è cresciuta dal 7,9% al 19,5% (Figura 5, sinistra). L’Italia si sta così avvicinando all'obiettivo dell'Unione europea di raggiungere almeno il 25% della superficie coltivata con metodo biologico entro il 2030. Nell’Ue, nel 2024 l’Italia era al quarto posto per quota di superficie agricola biologica sul totale, con una quota (e superficie) più che raddoppiata rispetto al 2012 (Figura 5, destra).

Le produzioni agricole e il saldo con l’estero
La produzione agricola italiana dal secondo dopoguerra a oggi ha attraversato una trasformazione radicale, passando da un sistema prevalentemente manuale, di sussistenza e arretrato a un modello industriale e intensivo, fino all’odierno orientamento verso la qualità, che nelle aziende più avanzate coniuga tecnologia e sostenibilità. Nel complesso, le quantità di prodotto generate dalle principali coltivazioni italiane dapprima crescono, grazie agli incrementi sensibili di produttività, poi tendono a diminuire, soprattutto con il nuovo millennio. Per le produzioni di frumento e di patate la tendenza decrescente inizia già negli anni ‘60, per quella di granturco dagli anni ‘80. Un andamento crescente hanno invece mantenuto le produzioni di riso e di pomodoro (quest’ultima in flessione solo negli anni più recenti; Figura 6, sinistra). Le cause principali sono le incertezze climatiche, la concorrenza internazionale, la persistenza di filiere lunghe (che lasciano pochi margini ai produttori), la forte contrazione delle superfici colturali e, in alcuni casi, la riduzione della loro fertilità. L’andamento delle produzioni delle coltivazioni arboree (“legnose”) è più eterogeneo: è diminuita la produzione di pere (dagli anni ’60), olive (dagli anni ’90) e pesche (nel nuovo millennio), mentre la produzione di mele e quella delle arance si mantengono sui livelli elevati raggiunti in passato (Figura 6, destra). (lg)

Fonte: Ufficio Stampa Istat



















