Dal campo
Dalle ciliegie alle nocciole? In Cile cresce la tentazione della riconversione
Dopo due stagioni poco redditizie prende quota l’ipotesi di "switch"

Dopo due campagne deludenti sul fronte della redditività del ciliegio, in Cile prende quota il dibattito su una possibile riconversione verso il nocciolo europeo, come riportato dalla testata FreshFruitPortal.com il tema è concreto, perché il contesto di mercato oggi appare favorevole: prezzi sostenuti, domanda vivace e produzione turca ridotta. Ma dietro l’appeal del momento si nasconde un rischio già visto in altre filiere frutticole: inseguire i segnali di breve periodo e ritrovarsi, nel giro di pochi anni, con nuovi squilibri di offerta.
Il punto, sottolineano gli operatori più esperti, è che la conversione di un frutteto non è mai una scelta tattica. Gli investimenti nelle colture arboree si misurano su orizzonti lunghi, fra 15 e 30 anni, e non possono essere guidati da una o due stagioni negative. Il timore è che quanto accaduto alle ciliegie, penalizzate dall’eccesso di offerta, possa ripetersi anche per le nocciole se l’espansione dovesse accelerare senza coordinamento.
Sul piano agronomico, inoltre, la sostituzione è tutt’altro che lineare. Il nocciolo richiede adeguata differenziazione floreale tra inverno e primavera e performa meglio in condizioni climatiche più umide e stabili. In Cile la coltivazione è oggi concentrata soprattutto nelle regioni meridionali di Maule e Los Lagos, con ulteriore espansione in La Araucanía, mentre più a nord pesano limiti legati a disponibilità idrica, suoli e insufficienza di ore di freddo. A questo si aggiunge il nodo fitosanitario: il cancro batterico che interessa oggi i ciliegi può colpire anche il nocciolo, rendendo necessarie valutazioni preventive e, in alcuni casi, interventi di disinfezione del terreno prima del reimpianto.

I numeri spiegano perché il tema sia diventato centrale. Il Cile dispone già di 45-50 mila ettari a nocciolo europeo e, se il ritmo degli impianti dovesse proseguire, la superficie potrebbe avvicinarsi agli 80 mila ettari entro cinque anni, considerando anche i giovani frutteti e il materiale vivaistico già destinato alla messa a dimora. Una prospettiva che rafforza le opportunità, ma anche i timori di una futura pressione produttiva.
A suggerire di frenare le decisioni impulsive è soprattutto il conto economico. Estirpare un ceraseto significa affrontare costi elevati tra piante, coperture, pali, ancoraggi e impianti irrigui. Anche l’impianto del nocciolo è diventato più oneroso: se dieci anni fa servivano circa 4.900 euro per ettaro, oggi il costo oscilla fra 10 e 12 mila euro, a seconda del materiale vegetale e del livello tecnologico adottato. E i tempi di ritorno non sono brevi: la produzione commerciale parte attorno al quarto anno, i flussi di cassa positivi tendono a stabilizzarsi solo tra il settimo e l’ottavo, mentre il recupero completo del capitale può richiedere oltre 13 anni.
Il nocciolo presenta indubbi vantaggi in termini di meccanizzazione e minore fabbisogno di manodopera rispetto al ciliegio, ma richiede anche scala aziendale adeguata per giustificare investimenti in raccoglitrici, essiccatoi e sistemi di pulizia. Inoltre, cambia radicalmente la logica di business: dalle ciliegie fresche, ad alto valore ma anche ad alta complessità commerciale, si passa a una commodity secca, con dinamiche di mercato diverse.
Per questo, più che una fuga dal ciliegio, gli operatori suggeriscono che le scelte siano dettate da una riflessione strategica senza farsi prendere dalla smania del momento come troppo spesso accade (anche alle nostre latitudini). Le nocciole, infatti, possono rappresentare un’opportunità, ma non una scorciatoia. Il rischio, altrimenti, è sostituire una crisi con un’altra. (lg)




















