Fitofarmaci “tollerati” alle frontiere, proibiti nei campi Ue: il corto circuito è servito

Caso-limoni: oltre 15 principi attivi vietati in Europa restano tollerati sull’import entro soglia LMR

Fitofarmaci “tollerati” alle frontiere, proibiti nei campi Ue: il corto circuito è servito

La “reciprocità” negli scambi agroalimentari tra Unione europea e Paesi extra-UE torna al centro del confronto politico a Bruxelles e diventa un banco di prova su uno dei dossier più sensibili per gli agricoltori: l’allineamento degli standard produttivi tra ciò che si coltiva in Europa e ciò che entra nel mercato comunitario. Il segnale più forte è arrivato dal Parlamento europeo, che ha chiesto alla Corte di giustizia dell’Ue un parere sulla compatibilità dell’accordo UE-Mercosur con i Trattati, congelandone di fatto il percorso di ratifica.

Nel frattempo, sul piano operativo, la tensione si traduce in iniziative nazionali che mettono alla prova l’equilibrio del mercato unico. Dopo la stretta francese sulle importazioni di alimenti con residui di pesticidi vietati nell’Ue, formalizzata a inizio gennaio, anche la Polonia prepara un provvedimento analogo: su impulso del ministro dell’Agricoltura Stefan Krajewski è allo studio un regolamento per sospendere temporaneamente l’import e la commercializzazione di prodotti contenenti sostanze attive proibite nell’Unione.

Il detonatore: l’accusa di “doppio standard”
A fare da detonatore è la crescente denuncia di una politica percepita come fondata su “due pesi e due misure”. Per alcune sostanze vietate agli agricoltori europei, l’Ue continua infatti ad ammettere sulle merci importate limiti massimi di residuo (LMR) superiori a 0,01 ppm, cioè oltre la soglia che coincide con il limite di determinazione analitica. Un paradosso che, secondo il mondo agricolo, scarica sui produttori europei il costo della transizione regolatoria, lasciando ai concorrenti extra-UE margini operativi che in Europa non esistono più. Senza contare le sostanze non rilevabili sul prodotto finale ma utilizzabili durante il ciclo produttivo, come alcuni fumiganti.

Per comprendere il quadro occorre partire dal ruolo dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA), agenzia con sede a Parma incaricata della valutazione scientifica dei rischi lungo la filiera alimentare. Una parte rilevante della sua attività riguarda da anni i prodotti fitosanitari: l’obiettivo è tutelare la salute degli operatori, garantire la sicurezza dei consumatori e ridurre l’impatto ambientale delle pratiche agricole.

Divieti in campo europeo, ma non in quello straniero
È qui che emerge una delle principali criticità. La produzione europea è soggetta a un elenco molto ampio di sostanze non più autorizzate perché ritenute pericolose. Quando però l’Unione importa ortofrutta da Paesi terzi, non dispone degli stessi strumenti per verificare in modo diretto quali fitofarmaci siano stati utilizzati in campo, poiché i controlli sulle pratiche agricole restano sotto la giurisdizione del Paese esportatore. L’Ue potrebbe imporre protocolli di produzione specifici per l’accesso al proprio mercato, ma questa prassi non è applicata in modo sistematico, mentre diversi Paesi terzi adottano regole più stringenti sulle importazioni europee.

In teoria, se ai controlli alle frontiere venisse rilevata la presenza di una sostanza vietata, anche a livelli pari al limite di determinazione analitica (0,01 ppm), la merce dovrebbe essere respinta e, in caso di ripetute non conformità, il Paese d’origine sottoposto a controlli rafforzati. Nella pratica, però, questo principio vale solo per alcune sostanze: per altre, pur non più autorizzate agli agricoltori europei, sono comunque fissati LMR ammessi sui prodotti importati.

Il caso-limone e la lista delle sostanze “ammesse” sui frutti importati
Il risultato è una distorsione evidente. Agli agricoltori europei è vietato utilizzare determinati principi attivi, mentre ai produttori extra-UE è consentito farlo, purché i residui sul prodotto finito restino entro i limiti fissati. Un caso emblematico è quello dei limoni: secondo un’analisi della Comunità Valenciana, almeno 15 sostanze non autorizzate per l’uso in Ue possono comparire legalmente nei frutti importati, entro specifiche soglie. Tra queste figurano diversi ditiocarbammati e principi attivi noti come Benomil, Imidacloprid, Carbendazima, Malathion, Spirotetramat e Teflubenzuron.

L’esempio, illustrato da Vicente Dalmau del Servizio fitosanitario della Comunità Valenciana nell’ambito del progetto AGEFIS di Ailimpo, non riguarda solo gli agrumi ma fotografa una dinamica estesa all’intero paniere ortofrutticolo. Lo stesso residuo può essere accettabile su un prodotto importato ma inammissibile su uno europeo, non perché cambi la valutazione del rischio per il consumatore, bensì perché in Europa quella sostanza è vietata in fase d’impiego.

Punti di ingresso: controlli modulati sul rischio
Quando frutta e ortaggi provenienti da Paesi terzi arrivano nel primo punto di ingresso nell’Ue, tutte le partite sono inizialmente soggette a controllo. Se nel tempo si registra un alto numero di spedizioni conformi, la frequenza delle ispezioni può essere ridotta secondo un sistema di gestione del rischio aggiornato semestralmente a livello europeo.
Al contrario, se le non conformità superano determinate soglie, aumenta la percentuale di partite da controllare per quel prodotto e per quel Paese. Le spedizioni respinte vengono poi pubblicate, con un mese di ritardo, nei sistemi informativi europei dedicati alle intercettazioni fitosanitarie e di sicurezza alimentare.
Superati i controlli di frontiera, i prodotti circolano nel mercato interno ma restano sotto la sorveglianza del sistema europeo di allerta rapido per alimenti e mangimi (RASFF), che riguarda indistintamente produzioni Ue ed extra-Ue.

Nel 2025 sono stati registrati 612 casi di violazioni della sicurezza alimentare per prodotti ortofrutticoli: 129 relativi a produzioni Ue e 483 a importazioni da Paesi terzi. Tra i Paesi membri, l’Italia ha segnalato 32 allerte, la Spagna 22, Francia e Belgio 11 ciascuno. Un dato che riflette anche i maggiori volumi produttivi e commercializzati da Italia e Spagna.
Per l’Italia, le allerte hanno riguardato soprattutto uva da tavola (10 casi), insalate (6), pomodori (4), spinaci (4), prezzemolo (2), germogli (2) e, con un caso ciascuno, limoni, lattuga, pere e more. Le cause principali sono state la presenza di fitofarmaci non autorizzati o il superamento degli LMR per sostanze ammesse (19 casi), seguite da contaminazioni da salmonella (8 casi), un caso di eccesso di nitrati e altre motivazioni meno frequenti.
Tra i Paesi terzi, la Turchia guida la classifica con 93 allerte, seguita da Egitto (66) e Perù (36). Nel caso egiziano, le segnalazioni hanno interessato 28 arance, 10 mango, 6 peperoni, 4 pomodori, 3 limoni, 3 fragole, 3 uve, 3 mele e singoli casi di pesca, guava, cipolla, fagioli e menta.

La posta in gioco: coerenza o frattura
Il quadro rafforza una richiesta ormai trasversale: rivedere i criteri applicati ai residui di fitofarmaci sui prodotti ortofrutticoli importati nell’Unione, anche per le ricadute sulla competitività. Le iniziative di Francia e Polonia possono entrare in attrito con le regole del mercato unico, ma segnalano un punto di non ritorno: o l’Europa rende coerenti le regole tra ciò che impone ai propri agricoltori e ciò che accetta alle frontiere, oppure la “reciprocità” resterà uno slogan e il “doppio standard” continuerà a pesare, giorno dopo giorno, sulla tenuta economica della produzione comunitaria. (lg)