Agrumi extra-Ue, controlli ridotti sull’Egitto ma i respingimenti crescono

La Spagna denuncia il caso e chiede una linea più dura per evitare distorsioni di mercato e tutelare la produzione comunitaria

Agrumi extra-Ue, controlli ridotti sull’Egitto ma i respingimenti crescono

La Spagna continua a presidiare con forza il fronte delle importazioni agroalimentari extra-Ue, soprattutto quando il tema incrocia due piani sensibili: sicurezza alimentare e concorrenza sul mercato interno. Il caso più recente riguarda gli agrumi egiziani, finiti nuovamente sotto la lente dell’Unió Llauradora, associazione agricola valenciana, dopo l’aumento delle segnalazioni nel sistema europeo di allerta RASFF.

Secondo quanto riportato da Valencia Fruits, ad aprile i respingimenti di agrumi provenienti dall’Egitto per presenza di principi attivi non autorizzati nell’Unione europea, o superiori ai limiti massimi di residui consentiti, sono cresciuti del 166% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. In termini assoluti si parla di numeri ancora contenuti, circa una decina di casi, ma per l’organizzazione agricola il punto è un altro: i campioni analizzati sarebbero troppo pochi e quindi il fenomeno reale potrebbe essere più ampio rispetto a quanto emerge ufficialmente.

Il tema non è secondario, perché l’aumento delle intercettazioni arriva in una stagione in cui l’Egitto sta rafforzando la propria presenza sul mercato comunitario. Per le arance, con dati aggiornati a marzo, il Paese nordafricano è salito al secondo posto tra i fornitori dell’Unione europea, con volumi superiori del 5,9% alla media dell'anno scorso, pari a 8.630 tonnellate in più, e una quota di mercato in crescita di un punto percentuale. Ancora più marcato il dato sui mandarini, dove le importazioni egiziane hanno registrato un balzo del 188%, pari a 38.120 tonnellate aggiuntive.

Da qui la richiesta dell’Unió: portare al 50% i controlli di identità e fisici su frutta e verdura provenienti dai Paesi con il maggior numero di respingimenti, Egitto in testa, e mantenere queste misure per almeno un anno. Non solo. L’associazione propone che, in caso di aumento del 5% delle segnalazioni in qualunque mese del periodo di osservazione, si arrivi al blocco delle importazioni dei prodotti agricoli coinvolti, quando contengano residui di fitosanitari non autorizzati nell’Ue o superiori ai limiti consentiti.

Il fronte dei controlli, però, si intreccia anche con quello dei prezzi. L’organizzazione valenciana chiede infatti un aggiornamento del Sistema dei Prezzi di Ingresso, sostenendo che le quotazioni particolarmente basse degli agrumi egiziani stiano alterando gli equilibri del mercato europeo. L’esempio citato è quello delle arance Valencia Late spagnole, i cui prezzi sarebbero crollati del 50% negli ultimi giorni, sotto la pressione della concorrenza egiziana. Una dinamica che, secondo l’Unió, non danneggia soltanto la produzione spagnola, ma più in generale l’agrumicoltura europea.

A rendere il quadro ancora più controverso è la decisione dello SCOPAFF, il Comitato permanente europeo per piante, animali, alimenti e mangimi, che ha approvato la riduzione dei controlli ufficiali sulle arance egiziane dal 20 al 10%. Una scelta che Bruxelles giustifica con un miglioramento della conformità rilevato nei controlli, ma che gli agricoltori spagnoli giudicano incoerente proprio alla luce delle nuove segnalazioni RASFF.

Il punto politico, per la Spagna agricola, resta quello della reciprocità. Se agli agricoltori europei vengono richiesti standard sempre più stringenti, riduzione dei principi attivi, maggiori costi produttivi e vincoli fitosanitari crescenti, allora gli stessi criteri devono valere anche per chi esporta verso l’Unione europea. In caso contrario, il rischio è duplice: da un lato si indebolisce la tutela del consumatore, dall’altro si mette sotto pressione la produzione comunitaria con prodotti ottenuti secondo regole diverse.

Ed è qui che emerge il dato politico più interessante: la Spagna martella. Lo fa con associazioni agricole strutturate, numeri alla mano, richieste precise e una pressione costante sulle istituzioni europee. Denuncia le criticità, collega residui, controlli, prezzi e concorrenza, e porta il tema sul piano della difesa della produzione nazionale ed europea.

L’Italia, invece, su dossier analoghi appare spesso più intermittente. Eppure il tema riguarda anche le nostre filiere: se l’Europa chiede standard sempre più severi ai produttori interni, la reciprocità non può restare uno slogan da convegno. Deve diventare una battaglia di mercato, di sicurezza alimentare e di competitività. La Spagna, dati alla mano, l’ha capito da tempo. L’Italia? (lg)