Packaging ortofrutticolo: “Serve innovare prima che lo imponga la legge”

Il direttore di Bestack invita il settore a superare la logica difensiva

Packaging ortofrutticolo: “Serve innovare prima che lo imponga la legge”

“Il settore degli imballaggi per l’ortofrutta sta vivendo un debole risveglio dopo una fase in cui, si è talvolta limitato a una guerra tra diversi materiali di confezionamento dove l'uno screditava gli altri per apparire migliore. A mio parere può essere più utile concentrarsi sul valore aggiunto che si dà al prodotto attraverso le innovazioni”. A sottolinearlo è Claudio Dall’Agata, direttore di Bestack, il consorzio dei produttori di imballaggi in cartone ondulato per il settore ortofrutticolo.

“Per troppo tempo ci siamo concentrati sulla difesa, mentre oggi dobbiamo tornare a interrogarci sulla funzione reale dell’imballaggio”, osserva Dall’Agata. “Fino a qualche decennio fa gli si chiedeva solo di trasportare e proteggere il prodotto. Ora deve fare molto di più: dialogare con il consumatore, rendere evidente l’identità di ciò che si sta acquistando, sostenere il posizionamento dell’azienda. È l’ultimo touchpoint di comunicazione”.

Da qui la necessità, secondo il direttore di Bestack, di cambiare approccio. Il packaging non può più limitarsi a rincorrere le evoluzioni normative, ma deve provare ad anticiparle. “Dimenticarsi dell’applicazione finale significa perdere un’occasione. Il PPWR ci è caduto tra capo e collo, ma non possiamo sempre dare la colpa all’Europa ‘brutta e cattiva’”. 

“Come settore – prosegue Dall’Agata – abbiamo perso l’opportunità di fornire prima indicazioni utili alla politica che fossero di interesse per la produzione e per l'indotto. Per farlo serve innovazione e ricerca costante. Per questo la ricerca scientifica è fondamentale. Abbiamo seguito questo percorso quando abbiamo pensato ad Attivo! La confezione di cartone che allunga la shelf life di frutta e verdura”.

Il nodo rimane l’innovazione. “Le aziende innovano per rispondere ai bisogni, essere più competitive e difendere un vantaggio. Ma l’innovazione deve essere volontaria, frutto di una visione. Se arriva solo perché imposta da una norma, allora vale per tutti: soddisfa un bisogno collettivo, ma non crea più un vantaggio competitivo”.
Innovare significa però anche saper cogliere il momento giusto. “In ogni processo ci sono molte idee, poche vengono testate e pochissime arrivano davvero al mercato. Ma questo non deve bloccare il percorso. Il timing è decisivo: alcune innovazioni sono valide, ma arrivano troppo presto. Il QR code, ad esempio, ha avuto una spinta enorme durante il Covid perché in quel momento rispondeva a una necessità concreta”.

Guardando al futuro, Dall’Agata richiama anche le sfide che arriveranno dall’Europa, a partire dal 2030, sul fronte delle informazioni da riportare su etichette e bollini. “Saranno i consumi e i bisogni dei consumatori a determinare quali informazioni diventeranno davvero rilevanti. Alle aziende spetta il compito di farsi trovare pronte”. In questo senso, l’innovazione può trasformarsi anche in narrazione. “Le celle ipogee di Melinda sono nate per ragioni logistiche, energetiche e territoriali, ma oggi sono diventate uno straordinario strumento di racconto. Nessuno ha obbligato Melinda a farlo: proprio per questo rappresentano un vantaggio competitivo difendibile”.

Infine, il tema ambientale. Per Dall’Agata, il settore deve spostare il baricentro della riflessione dallo scontro sui materiali alla funzione concreta dell’imballaggio. “Se l’impatto ambientale complessivo di un prodotto ortofrutticolo vale 100, lo spreco alimentare pesa circa 9, mentre l’imballaggio, a prescindere dal materiale, pesa poco oltre 4. È paradossale concentrarsi solo sul packaging quando lo spreco vale più del doppio”.
La priorità, quindi, è fare in modo che il prodotto arrivi al consumo e non venga buttato. “Chi produce imballaggi deve pensare in modo laterale: il punto non è solo contenere, ma aiutare il consumatore a scegliere, capire e consumare meglio. Anche un bollino compostabile o un QR code possono comunicare tracciabilità, trasparenza e strategia aziendale. Sono valori immateriali, ma possono fare la differenza davanti allo scaffale”. (lg)