La reciprocità non è tecnica: è una questione di civiltà

L’intervento di un lettore che denuncia la frattura tra i vincoli Ue imposti agli agricoltori e le importazioni prive degli stessi standard

La reciprocità non è tecnica: è una questione di civiltà

L’intervista a Davide Vernocchi, Presidente di Apo Conerpo, (clicca qui) sugli ultimi sviluppi nel settore dei fitofarmaci ha acceso il confronto all’interno della nostra community, confermando quanto la partita resterà centrale anche nel corso del 2026. Tra i numerosi interventi ricevuti, pubblichiamo di seguito la lettera di un lettore affezionato, che con puntualità richiama alcuni passaggi chiave: su tutti, il tema della reciprocità, tornato al centro del dibattito anche alla luce delle discussioni legate al trattato UE–Mercosur.

Gentile redazione di IFN, 
Sono vecchio abbastanza da aver usato la zappa non per fare giardinaggio, ma per eradicare le infestanti nelle colture estensive. Vecchio abbastanza per aver “sfruttato” la chimica a favore della produttività delle colture. Chimica che era l’elemento mancante per il rilancio della produttività e competitività. Vecchio abbastanza da aver visto i vantaggi dell’abbandono della zappa, dell’incremento della produzione e conseguentemente dei redditi, ma anche dello squilibrio provocato da un uso “ignorante” della chimica, dove per ignorante intendo la mancanza di consapevolezza degli effetti secondari. Vecchio abbastanza da aver studiato sui testi universitari che l’acqua e l’aria non erano bene “economici” perché disponibili in quantità illimitata (Probabilmente il prof che aveva scritto il testo non guardava oltre la sua casa).
Trovo le considerazioni di Vernocchi veritiere, profonde ma parziali. Parziali probabilmente perché lo spazio a disposizione è stato un limite.
Se la Comunità Europa impone: limiti ai pesticidi, regole sul benessere animale, vincoli ambientali, non è eticamente coerente permettere l’importazione di prodotti che non rispettino quegli stessi standard. Chi lo dice agli industriali o al terziario avanzato che stanno scambiando i loro profitti con le nostre perdite? (a questo servono i trattati come il Mercosur o altri…).  I politici fanno la conta dei loro interessi. Non abbiamo statisti, ma politici che danno gli input ai tecnici affinché facciano norme.

Uno statista imporrebbe anche reciprocità normativa, se non puoi produrre in Ue, importa cibo da altri continenti a patto che sia prodotto con gli stessi standard. Una volta si chiamava coerenza (esiste ancora questa parola e soprattutto il suo significato è ancora attuale?)  La Politica Agricola Comune (PAC) nasce con obiettivi nobili: garantire cibo, tutelare il reddito agricolo, stabilizzare i mercati. Negli ultimi decenni ha introdotto: condizionalità ambientali, eco-schemi, riduzione di fitofarmaci.
Il paradosso: all’interno dell’Ue si chiede agli agricoltori di produrre meno e meglio. Dall’esterno si importano prodotti che non rispettano quelle stesse regole, anzi, le calpestano proprio per essere competitivi nei ns confronti.
Gli agricoltori europei subiscono compressioni negli utili. Abbiamo ottenuto la delocalizzazione ambientale del danno, ma soprattutto la perdita di credibilità politica.
Una questione di civiltà, non di tecnica. Il punto forse più profondo è questo: L’Europa ha fatto una scelta civile (burocraticamente e stupidamente* civile) privilegiando: tutela dell’ambiente, precauzione sanitaria, responsabilità intergenerazionale. Ma non ha ancora avuto il coraggio e la competenza di difendere quella scelta sul piano commerciale.
Finché questa frattura rimane, l’Ue chiederà sacrifici ai suoi agricoltori, senza offrire protezione sistemica, alimentando disillusione e abbandono. Infine, tradisce i principi collettivi e anche se è poco “cool” si può riassumere con un “Armiamoci e partite” rivolto da Bruxelles agli agricoltori.
Non esiste agricoltura sostenibile in un mercato che premia l’insostenibilità. 
L’Europa si è dimostrata una potenza normativa, proporzionata alla sua debolezza strategica L’UE è un caso quasi tragico dal punto di vista geopolitico. L’illusione della “potenza morale” produce norme avanzate, tutela ambientale e salute, parla il linguaggio dei diritti. Ma non difende queste scelte nel commercio, accetta importazioni incoerenti, sacrifica produzione interna “in nome del mercato”. Il risultato è che siamo diventati potenza normativa ma non una potenza strategica. Quindi la zappa usiamola non per diserbare, che Vi assicuro è faticoso, poco salutare ed economicamente insostenibile. Usiamola per far entrare i nostri decisori in un recinto di erogazione di norme che abbiano una coerenza strategica. Non basterà la zappa, ma proviamoci.

Con coinvolgimento
Enrico Bortolin

* stupidamente => perchè il principio di abolizione e radiazione perpetua di certi principi attivi avrebbe dovuto essere fatto in funzione delle alternative, non in base a rapporti tecnici stilati da soli professionisti del documento ben scritto. In base a questa logica, si dovrebbero per prime bandire le armi e tutti i sistemi offensivi.