Mele USA sotto pressione: i conti non tornano

Costi in aumento, margini in calo e nuove tensioni commerciali

Mele USA sotto pressione: i conti non tornano

Gli Stati Uniti si confermano uno dei pesi massimi del panorama melicolo mondiale: secondo produttore globale dopo la Cina, con quasi 5 milioni di tonnellate annue (l’Italia è sesta per produzione, con circa 2,3 milioni di tonnellate), e terzo esportatore al mondo, alle spalle di Cina e Italia, con circa 900 mila tonnellate esportate ogni anno. Eppure, anche oltreoceano, il comparto melicolo si confronta con problemi che ricordano da vicino quelli vissuti dai produttori europei e italiani: costi di produzione in forte crescita, margini sempre più compressi e difficoltà a trasferire a valle gli aumenti, come riporta la testata FreshFruitPortal.com

Con una differenza non secondaria: sul fronte dei fitosanitari, i produttori statunitensi operano in un contesto meno restrittivo rispetto a quello europeo. Un elemento che rende ancora più evidente la resilienza dell’ortofrutta italiana, capace di mantenere e rafforzare la propria leadership export nonostante maggiori vincoli normativi e operativi.

Un tema che verrà approfondito anche nella Diretta IFN in programma mercoledì 28 gennaio alle ore 11.00 sui canali social di Italiafruit News che ha come protagonista la mela. Al confronto parteciperanno, per la produzione, Nicola Magnani (Direttore Commerciale Melinda), Klaus Hölzl (Responsabile vendite VOG – Home of apples) e Benjamin Laimer (Responsabile marketing VIP); per il sistema distributivo, Pietro Terlingo (Direttore ortofrutta Coop Alleanza 3.0) e Fabrizio Mirimich (Buyer e Coordinatore Ufficio Acquisti Conad PAC2000A).

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Margini negativi per i produttori
Secondo la U.S. Apple Association, i coltivatori di mele statunitensi stanno attraversando diversi anni consecutivi di redditività negativa. A pesare sono
soprattutto l’aumento dei costi per carburante, input agricoli e manodopera, a fronte di prezzi alla produzione in calo.
A delineare il quadro è Christopher Gerlach, responsabile delle politiche economiche e di mercato dell’associazione dei produttori melicoli statunitensi. Secondo Gerlach, la pressione sui prezzi si è concentrata quasi interamente a monte della filiera: i prezzi al consumo sono rimasti sostanzialmente stabili, mentre l’aggiustamento è stato assorbito dai produttori, con un progressivo deterioramento dei margini agricoli.

Export più debole e perdita di sbocchi chiave
La situazione è stata aggravata dalle difficoltà sul fronte dell’export. Negli ultimi anni, i volumi esportati hanno mostrato segnali di indebolimento e la perdita del mercato indiano ha sottratto uno sbocco strategico alle mele statunitensi, aumentando la pressione sull’offerta interna.
I dati più recenti mostrano tuttavia un quadro articolato. Il rapporto AppleTracker di gennaio 2026 indica che le esportazioni di mele fresche stanno performando meglio della scorsa stagione e della media quinquennale, mentre le importazioni restano allineate ai livelli storici. Un segnale di vitalità commerciale che, però, non è sufficiente a compensare l’aumento strutturale dei costi.

Scorte e offerta: equilibrio ancora fragile
Al 1° gennaio 2026, le scorte di mele fresche negli Stati Uniti ammontavano a 100 milioni di bushel (che equivale a circa 20 chili), quindi a poco meno di 2 milioni di tonnellate in calo del 7% rispetto all’anno precedente. Al contrario, le mele destinate alla trasformazione sono aumentate del 7%, raggiungendo 47 milioni di bushel (circa 890 mila tonnellate).
Il mercato resta quindi ben fornito, ma con una composizione dell’offerta in evoluzione, che continua a mettere sotto pressione i prezzi alla produzione.

Il nodo manodopera
Il principale fattore di costo rimane la manodopera, elemento strutturale della melicoltura statunitense, fortemente dipendente dalla raccolta manuale. Raccogliere circa 25 miliardi di mele ogni stagione comporta un impatto significativo sui conti aziendali.
Eventuali aggiustamenti alle tariffe salariali del programma H-2A potrebbero offrire un sollievo parziale, ma non incidono in modo risolutivo su un modello produttivo ad alta intensità di lavoro.

Un problema che va oltre le mele
Secondo la U.S. Apple Association, le difficoltà non riguardano solo il comparto melicolo, ma riflettono una criticità più ampia delle colture specializzate: costi elevati, prezzi alla produzione deboli e scarso potere contrattuale degli agricoltori lungo la catena del valore.

Messico: indagine antidumping sulle mele USA
Come se non bastasse, sul fronte internazionale, le tensioni commerciali si stanno accentuando. Nel 2024 il Messico è diventato il quarto importatore mondiale di mele, con quasi 400 mila tonnellate acquistate dall’estero, in larga parte dagli Stati Uniti.
Proprio per questo, il Ministero dell’Economia messicano (SE) ha avviato un’indagine antidumping sulle importazioni di mele statunitensi, accogliendo la richiesta di UNIFRUT, l’organizzazione che rappresenta oltre l’85% della produzione melicola nazionale. Secondo le autorità, l’aumento dei volumi importati a prezzi decrescenti avrebbe causato un forte contenimento dei prezzi interni, con danni economici rilevanti per i produttori locali.
Le importazioni dagli Stati Uniti hanno rappresentato il 97,5% del totale, crescendo del 30% nel periodo analizzato, mentre i prezzi nazionali sono scesi del 14%. Indicatori economici in forte deterioramento hanno spinto il Messico ad agire, in un contesto più ampio di misure volte a riequilibrare i mercati agricoli, tra protezione dei produttori locali e stabilizzazione dei prezzi per i consumatori.

Un ulteriore segnale di come il mercato globale delle mele, pur rimanendo dinamico, sia sempre più attraversato da tensioni economiche e politiche, che incidono direttamente sulla redditività delle filiere produttive. (lg)